Una sera che sa di mare e di casa
- Suzette Monet

- 26 giu
- Tempo di lettura: 1 min

Filo d'olio, Palermo. Una sera che sa di mare e di casa.
Il Cantabrico arriva a Palermo in un piatto di spaghetti, e il viaggio non stona affatto.
Le alici sono stese come parentesi scure sul biondo della pasta. Scure, lucide, quasi opache di sale antico. Sotto, la mollica tostata scricchiola a ogni forchettata, piccola percussione che accompagna il morso. Il lime arriva di traverso, inatteso, e taglia il grasso del pesce con una luce improvvisa, un acuto dove ti aspetteresti solo il basso del mare. Il prezzemolo resta defilato, verde minimo. Il pepe punge appena. L'olio d'aglio lega tutto senza mai prendersi la scena, come fa chi sa cucinare per davvero: lascia parlare gli altri, e si limita a tenerli insieme.
L'acciuga è il pesce più sincero che esista: non finge di essere altro, non si nasconde dietro salse pesanti. Fermarsi un secondo prima di giudicare, lasciare che il sale e l'acidità si presentino da soli.

Poi il dolce. Filo d'olio, il nome del locale diventa anche gesto, qui, nel caramello salato che cola lento sul semifreddo alla vaniglia, come un vero filo che lega freddo e caldo, dolce e sale. Le mandorle e le noci tostate spezzano la morbidezza con un suono asciutto, quasi un richiamo all'ordine. Il semifreddo si scioglie piano sul cucchiaio d'argento, e per un istante il caramello resta sospeso, prima di cadere.
Una cena che ha la struttura di una frase ben scritta: apertura decisa, un colpo di luce a metà, chiusura che si scioglie senza fretta.
Palermo, stasera, sapeva di mare lontano e di casa vicina



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