La memoria del gusto
- Suzette Monet

- 14 ore fa
- Tempo di lettura: 2 min

L’alta cucina dà molta importanza alla sorpresa, allo stupore che il piatto deve suscitare nel momento in cui viene servito. Ma quanto dura la sorpresa? Un secondo? Due? E l’emozione quanto dura? Può accompagnarci per anni. I ristoranti emotivogastronomici si preoccupano molto di questo.
Quando sei seduto al tavolo di un ristorante in cui il servizio è molto curato e l’impiattamento è stato studiato perché il piatto dia il meglio di sè, è innegabile che la sorpresa sia l’emozione più forte. Ma in uno spazio brevissimo di tempo, evapora, svanisce, subentra l’abitudine e l’occhio guarda altrove. L’abitudine dei sensi fa sì che anche la cosa più straordinaria sia ricondotta alla normalità.
Un letto di ghiaccio affumicato, un’ostrica aperta sopra: meravigliosa!..ma alla quarta volta tutto lo stupore si è perso. Quando si costruisce una cucina sullo stupore, si insegue inevitabilmente l'eccesso, ma l’eccesso non è un nutrimento per le sensazioni.
Ci sono poi i piatti ai quali non interessa stupire e il più delle volte non sono nemmeno perfetti però hanno elevata capacità di connessione: un risotto alla milanese che mangiavi a casa da bambina, il pane caldo che sfornava il panettiere sotto casa, la zuppa che preparava la nonna. Questi piatti sono come un bisbiglio lontano e l’emozione che suscitano non è evanescente come lo stupore. Rimane e diventa parte di te per sempre; anche se passano anni, ti basta pensare a quel sapore per ritrovarti nello stesso posto in cui lo sentivi e all’età che avevi.
L’archivio dei ricordi evocati dal cibo racconta storie di identità e di memorie e lo rileggiamo ogni volta che mangiamo.
La rincorsa spasmodica alla perfezione non arriva al cuore, è solo un dato freddo: è il gesto imperfetto quello che si ricorda.
Si può definire lo chef artista o imprenditore. Io lo definisco custode e narratore: se sa scrivere e raccontare bene, la sua pagina resterà nel cuore per molto tempo. Il ristorante emotivogastronomico opera un lavoro di bilanciamento tra profondità e innovazione.
La nostra epoca ci dà disponibilità ad ingredienti, tecniche e cucine impensabili fino a qualche anno fa , ma ciò non basta per riuscire a conservare il ricordo di ciò che abbiamo mangiato. Le immagini del cibo si rincorrono sui social, dove nulla si vive e tutto è effimero.
Il ristorante emotivogastronomico rinuncia alla sfida dello stupire a favore del rimanere, a pensare i piatti come quelle splendide melodie che non si riescono a dimenticare perché depositate nella memoria e ricordate per molti anni a venire.
La cucina è vera quando evoca emozioni e le emozioni non scadono mai. Il piatto deve essere un racconto, che sopravvive anche quando l’esperienza sensoriale dell’assaggio si è esaurita e ricorderemo il piatto non per la sua bellezza ma per l’emozione che ha fatto scaturire dentro di noi.
Lo stupore è evanescente, l’emozione rimane. E ciò che conta davvero e rende un piatto memorabile è proprio l’emozione.



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