Umbria: cantine aperte
- Suzette Monet

- 26 mag
- Tempo di lettura: 2 min
UMBRIA: CANTINE APERTE
Aprire una cantina significa aprire un tempo.
Nelle cantine, quando l'occhio smette di guardare e cominciano a lavorare gli altri sensi,l'aria cambia consistenza. Il legno parla, la pietra trattiene il fresco come un antico ricordo che non vuole farsi dimenticare.
Il 30 e 31 maggio, più di quaranta cantine socie del Movimento Turismo del Vino apriranno i loro spazi in tutta l'Umbria. È la trentaquattresima edizione regionale di Cantine Aperte, un appuntamento che ha lomspessore delle cose che resistono perché toccano qualcosa di necessario. Da Montefalco a Torgiano, da Orvieto ad Assisi, dal Trasimeno all'area perugina: una geografia dell'accoglienza che si dispiega sul corpo di una regione che ha il vino nel DNA del paesaggio. Parlo di soglie.
Varcare l'ingresso di una cantina è un attomemozionante. C'è la luce che scende, la temperatura che cede, il silenzio che si fa diverso più denso, più… parlante. Chi fa questo lavoro da anni lo sa: il visitatore non viene soltanto ad assaggiare un vino: viene a capire da dove arriva ciò che berrà, ad incontrare le mani, la terra, la decisione. Viene, spesso senza saperlo, a fare un'esperienza sensoriali.
È esattamente questo che Cantine Aperte ha trasformato nel tempo. Un fine settimana di assaggi sarebbe riduttivo; è un osservatorio su come le aziende vitivinicole italiane stanno ripensando il proprio rapporto con il pubblico. Le passeggiate in vigna, i percorsi guidati tra i filari, i momenti dedicati alla cucina locale: sono la sostanza stessa di un'esperienza che chiede al visitatore di essere presente, non soltanto di consumare.
L'Umbria, in questo senso, ha qualcosa di particolare da offrire. È una regione che ha una voce bassa, continua, che bisogna imparare ad ascoltare. I suoi vini, il Sagrantino su tutti con quella tannicità che non perdona le frette, richiedono la stessa attenzione che si riserva alle cose che durano. Richiedono, appunto, di sentire.
Trentaquattro edizioni non sono un'abitudine. Sono una prova che alcuni riti funzionano perché rispondono a un bisogno reale: quello di capire cosa si mette in bocca, chi l'ha fatto crescere, perché ha quel sapore e non un altro. L'enoturismo, quando è fatto bene, è un atto di conoscenza. E la conoscenza, l'ho imparato presto, passa sempre dai sensi prima che dalla mente.
Questo fine settimana, se potete, andate in Umbria. Entrate in una cantina. Fermatevi un momento prima di parlare.
Sentite.



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