Ube latte
- Suzette Monet

- 26 giu
- Tempo di lettura: 3 min

Perché abbiamo tutti voglia di viola: cronaca sentimentale dell'ube latte
In queste settimane un colore più di altri occupa i feed, le vetrine, le mani che reggono un bicchiere alla luce giusta per la foto. Non è il rosa pallido di certi cappuccini estivi, e nemmeno è il verde matcha che per anni ci ha convinti di essere persone più calme di quanto siamo. È un viola denso, quasi crepuscolare, che si chiama ube e che, come ogni cosa che diventa improvvisamente presente ovunque, mi fa sempre la stessa domanda: cosa stiamo davvero bevendo, quando beviamo una moda?
Partiamo dalla cosa più semplice, che è anche la più ignorata: l'ube non è nato ieri, e non è nato per noi. È un igname viola, originario delle Filippine, presente da generazioni nei dolci di quella cucina: l'halaya, il pandesal, i gelati color ametista che nei mercati di Manila non avevano bisogno di nessuna estetica social per esistere. È diventato visibile altrove attorno al 2016, quando alcune ciambelle viola in un panificio newyorchese hanno acceso la curiosità di chi fino a quel momento non sapeva nemmeno come si pronunciasse. Da lì, lentamente e poi tutto in una volta, è arrivato nei caffè americani, poi australiani, poi europei, fino a diventare quello che oggi i produttori di aromi chiamano, con un certo cinismo commerciale, "il sapore dell'anno".
E allora perché ci piace così tanto, o almeno: perché ci convinciamo così facilmente che ci piaccia? Una parte della risposta è semplicemente questa: il sapore esiste, ed è gentile. Una nota dolce, terrosa, che ricorda vagamente la vaniglia e la castagna, qualcosa che non spaventa nessuno e che si lascia accompagnare bene dal latte, dal cocco, dal caffè quando c'è. Non è un gusto che conquista con la forza, è un gusto che si fa accettare, come fanno certe persone discrete che diventano indispensabili senza che tu te ne accorga subito.
Ma la verità più interessante, quella che mi riguarda come interprete del gusto prima ancora che come bevitrice di cose viola, è che l'ube latte non vince per quello che è in bocca. Vince per quello che è agli occhi. Viviamo un'epoca in cui il cibo deve prima essere visto e solo dopo, forse, assaggiato. Il viola dell'ube è fotogenico in un modo quasi innaturale: non esiste in nessun altro alimento comune con quella intensità, e questo lo rende perfetto per uno schermo prima ancora che per un palato. È un colore che promette qualcosa: esotismo, cura, un piccolo lusso accessibile e in quella promessa visiva si nasconde gran parte del suo successo.
Ma c'è una dinamica più antica, che mi tocca di più: l'ube latte cavalca lo stesso meccanismo che ha reso il matcha un'icona prima di lui. Abbiamo bisogno, ogni tanto, di un ingrediente-bandiera, qualcosa che ci faccia sentire colti e curiosi nello stesso sorso. Il matcha ci ha dato il verde della calma, l'ube ci offre il viola della scoperta. È lo stesso bisogno travestito da gusto diverso: la nostalgia di un altrove che non abbiamo vissuto, addomesticata in formato bevanda da asporto.
E qui arriva la domanda scomoda, quella che faccio sempre quando un ingrediente locale diventa globale: cosa resta della Filippine in un ube latte preparato a Milano con sciroppo industriale e poco altro? A volte resta tutto: il colore naturale, il retrogusto vero, il rispetto per un ingrediente con una storia precisa. A volte non resta quasi nulla: solo un colorante che imita un ricordo che non è il nostro. La differenza si sente, letteralmente: se il viola è troppo acceso, se il profumo è più chimico che vegetale, probabilmente quella tazza ha più a che fare con il marketing che con le Filippine.
Quindi, è davvero così buono? Direi: è buono abbastanza per giustificare la curiosità, ma non così rivoluzionario da giustificare l'euforia. Quello che è davvero potente non è il sapore, ma il gesto di fermarsi un attimo a chiedersi da dove viene quel colore, chi lo beveva prima che diventasse una storia su uno schermo, e cosa significa, per noi, avere ancora bisogno di un nuovo viola ogni volta che il vecchio verde ci sembra già visto.



Commenti