Sull' isola che non è più deserta
- Suzette Monet

- 26 giu
- Tempo di lettura: 3 min
Nelle interviste torna spesso una domanda, con la cadenza affidabile delle maree. Quale libro porteresti su un'isola deserta? La fanno con quella luce negli occhi di chi crede di aver trovato la scorciatoia verso l'anima di qualcuno. E forse l'hanno trovata: forse è proprio lì, in quella scelta impossibile e rivelatrice, che una persona mostra di che pasta è fatta, di che carta, di che inchiostro.
Alla fine di un'intervista simpatica, qualcuno l'ha fatta anche a me.
Ho risposto d'istinto, come si deve: L'Artusi. Pellegrino Artusi, 'La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene' , edizione integrale, spine consunte, margini annotati. Non perché sia il libro più bello che conosca sebbene lo sia, a modo suo, ma perché è l'unico libro italiano che è, simultaneamente, un ricettario, un memoir, un epistolario e una filosofia morale. Basterebbero le lettere dei lettori che Artusi conservò e inserì nelle edizioni successive per capire che stava costruendo qualcosa che somigliava più a una comunità che a una bibliografia. Su un'isola deserta, con Artusi, non si è mai soli del tutto.
Poi il taccuino; carta buona, rilegatura solida, inchiostro nero. Le mani che scrivono a mano su un'isola deserta sono un atto di coerenza con tutto quello in cui si crede, con tutto quello contro cui ci si batte. La scrittura come rituale fisico, non come produzione di contenuto. C'è una differenza, e su quell'isola quella differenza sarebbe finalmente misurabile.
Un registratore piccolo, per i suoni. Il mare alle cinque del mattino, il vento che cambia direzione verso mezzogiorno, il silenzio quello vero, non l'assenza di rumore, ma la presenza di qualcosa d'altro. Materiale grezzo; da qualche parte, poi, servirà.
E qualcosa da bere bene. Una bottiglia di Sassicaia, diciamo non la prima annata che capita, ma una scelta meditata, come si fa con le cose che contano,perché certi pensieri chiedono un vino all'altezza, e il Sassicaia ha quella qualità rara di essere insieme aristocratico e sincero, di non mentire mai su quello che è. Certe solitudini si abitano meglio se c'è un bicchiere che ricorda che la bellezza esiste, e che vale la pena difenderla.
Fin qui, tutto abbastanza solitario, abbastanza dignitosamente eremitico.
Poi mi hanno chiesto: e con chi andresti?
Ho fatto una pausa. Ho pensato. E ho detto tre nomi.
Daniele Oldani. Perché Oldani è uno di quegli chef che non cucina mai senza pensare e intendo pensare davvero. La sua cucina è dialogo continuo tra tradizione e interrogazione, tra il gesto ereditato e la domanda che lo mette in discussione. Su un'isola deserta, con ingredienti ridotti all'essenziale, Oldani probabilmente troverebbe il modo di reinventare tutto e nel farlo, costringerebbe anche me a reinventare qualcosa. Le conversazioni che nascono attorno a un fuoco, con uno chef che ha quella qualità di pensiero, non hanno prezzo editoriale. Hanno un altro tipo di valore, più antico.
Filippo La Mantia. Perché La Mantia porta con sé la Sicilia intera come sedimento vivente di civiltà arabe, normanne, greche, spagnole, tutte passate attraverso una cucina e diventate qualcosa di irriducibilmente siciliano. Portarlo su un'isola deserta sarebbe portare millenni di contaminazione mediterranea in forma umana. E poi, bisogna dirlo, La Mantia sa raccontare. Sa raccontare i piatti, se stesso, la Palermo che non finisce mai di sorprendere chi la incontra per la prima volta e chi la incontra per la millesima. Un'isola con lui non sarebbe mai silenziosa, e forse è proprio quello di cui avrei bisogno.
Mattia Pecis. Perché Pecis rappresenta quella generazione di cuochi italiani che ha fatto i conti con il mondo senza perdere le radici; che ha girato, assorbito, metabolizzato, e poi è tornata a fare qualcosa di proprio. C'è in lui una perfezione che non diventa mai freddezza, una tecnica che non diventa mai esibizione. Su un'isola deserta, quella qualità di saper fare bene senza doverlo dimostrare a nessuno, sarebbe forse la più preziosa di tutte.
Quando ho finito di rispondere, chi mi intervistava ha sorriso e ha detto: a questo punto, l'isola non è più molto deserta.
No. Non lo è più.
Ma forse è sempre stato questo il punto. Forse la domanda sull'isola deserta non riguarda mai la solitudine, riguarda la compagnia ideale. Riguarda chi vorresti avere accanto quando tutto il resto è stato tolto, quando non c'è più niente di superfluo, quando rimangono soltanto il fuoco, il mare, gli ingredienti di stagione e il tempo.
Io ho risposto con tre cuochi e un libro di cucina del 1891.
Ditemi voi se ho torto.



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