Quello che resta quando nessuno guarda
- Suzette Monet

- 26 giu
- Tempo di lettura: 3 min


I palermitani posseggono edifici che abitano i sogni. Non solo perché sono belli ma perché contengono qualcosa che assomiglia a una promessa. La Palazzina Cinese di Palermo era una di quelle promesse. Era.
Ho le fotografie davanti a me. Due immagini dello stesso edificio, distanziate da qualche anno. Nella prima, la luce del mattino cade su una facciata che sembra aver dimenticato se stessa: l'intonaco color terracotta scolorito, le campiture cromatiche ridotte a un ricordo sbiadito, il basamento consumato dall'umidità e dall'indifferenza. Nella seconda, la stessa palazzina nella sua forma più integra: i rossi profondi, gli arancio caldi, le fasce decorate che Marvuglia aveva immaginato per Ferdinando III di Sicilia nel 1799 risplendono ancora con quella stranezza affascinante di un palazzo che sembra nato dall'incontro tra Pechino e Palermo, tra l'Oriente fantasticato dell'Europa borbonica e la luce tagliente del Mediterraneo.
Ecco cosa succede quando si smette di sentire. Un piatto lasciato senza cura torna alla materia grezza. Non importa quanto raffinati siano gli ingredienti, non importa quanta tecnica ci sia sotto: senza attenzione, tutto deperisce. Guardando queste due fotografie penso che lo stesso valga per l'architettura, per la memoria, per le cose che una civiltà sceglie di tramandare o di non tramandare.
La Palazzina Cinese non è un edificio qualsiasi. È uno degli oggetti più singolari del patrimonio siciliano: un capriccio reale che mescola neoclassicismo e chinoiserie, con il tetto a pagoda ottagonale, i cornicioni decorati, gli interni affrescati da pittori del calibro di Giuseppe Velasco e Benedetto Cotardi. È il luogo dove Maria Carolina d'Austria e Ferdinando si ritirarono durante gli anni napoleonici, portando con sé una corte e un'idea di lusso che aveva bisogno di reinventarsi. È la tavola matematica che sollevava i piatti dalla cucina alla sala da pranzo senza il passaggio dei camerieri dettaglio che, se lo racconto agli amici, produce sempre un momento di stupita meraviglia.
Tutto questo esiste ancora.
Nel 2022, l'Assessorato regionale dei Beni Culturali annunciò con toni solenni uno stanziamento di due milioni di euro per il restauro. Conferenza stampa, decreto, dichiarazioni. Sono passati quattro anni. Le impalcature non si vedono. L'intonaco rosso e arancio continua a scrostarsi. Sui cornicioni in quota dove i danni sono più gravi e più pericolosi, le lesioni aspettano che qualcuno decida di occuparsene.
L'Associazione Comitati Civici Palermo lo ha denunciato pubblicamente poche settimane fa. Giovanni Moncada, presidente dell'associazione, ha usato una parola precisa: beffa. Perché è questo: una beffa, quando i decreti vengono aggiornati e le impalcature non arrivano. Quando il turismo viene invocato come "volano dell'economia palermitana" nelle stesse settimane in cui si lascia marcire uno dei monumenti più iconici della città.
Voglio capire chi è responsabile. Non è semplice, e forse è proprio questo il problema. Il Parco dove sorge la Palazzina è di proprietà del Comune di Palermo. I Beni Culturali in Sicilia dipendono dalla Regione. Il restauro annunciato era regionale. La gestione ordinaria è comunale. Il risultato di questa spartizione di competenze è sotto i nostri occhi, o meglio: nelle fotografie che ho davanti.
Nessuno governa. Tutti amministrano.
Esiste, nella gastronomia, un concetto che chiamo abbandono attivo: non è la negligenza passiva di chi dimentica qualcosa sul fuoco, è la scelta deliberata, spesso inconscia, di non intervenire perché intervenire costerebbe un'attenzione che non si è disposti a dare. Il risultato esteriore è lo stesso: il cibo brucia, il monumento si sgretola. Ma la responsabilità è diversa. Qui c'erano i fondi, erano stati annunciati, esistevano i decreti, ma...
La domanda che dovrebbero porsi il Comune di Palermo, la Soprintendenza, l'Assessorato regionale ai Beni Culturali è semplice, così semplice che quasi fa paura enunciarla: quando una cosa muore per lentezza burocratica, di chi è la colpa? Non c'è stato sisma, non c'è stata guerra, non c'è stato incendio. C'è stata solo la scelta quotidiana, reiterata, di occuparsi d'altro.
I monumenti non gridano: aspettano. E noi, che li abbiamo ereditati, ci siamo abituati al loro silenzio.
Mio nonno chef avrebbe detto: senti cosa sta succedendo, prima che sia troppo tardi. Avrebbe aperto le finestre, avrebbe guardato, avrebbe messo le mani in pasta. Perché certi danni, una volta compiuti, non si riparano. Un affresco caduto è caduto. Un cornicione crollato ha portato via con sé qualcosa che non torna.
Due milioni di euro erano stati stanziati. Era il 2022. Sono passati quattro anni.
Le impalcature non si vedono.



Commenti