Quelli che non dicono mai 'noi'
- Suzette Monet

- 24 lug
- Tempo di lettura: 2 min

Quelli che non dicono mai "noi"
Nell'Atelier osservo spesso una stessa dinamica, a tavola come nella vita: c'è chi dice "io" e chi impara a dire "noi".
Ci sono uomini che vivono accanto a una donna per anni senza mai imparare quella seconda parola. Dicono "io ho fatto", "io ho deciso", "io sono stato invitato". Il resto ( lei, la sua vita, il suo lavoro ) resta fuori campo, come un rumore di fondo che non merita una domanda diretta.
Non chiedono mai 'come va il tuo progetto'. Non chiedono 'di che cosa ti stai occupando in questi mesi', 'quali notti hai perso', 'quali battaglie hai vinto in silenzio' prima di raccontarle a qualcun altro, perché a loro non verrebbe in mente di chiederlo. E quando qualcuno le attacca (in una cena, in una discussione, in una frase detta a mezza voce mentre versano il vino) loro non intervengono. Restano seduti. Studiano il piatto. Aspettano che la tempesta passi da sola, come se difendere la propria compagna fosse un compito facoltativo, una gentilezza opzionale che si concede solo quando fa comodo.
E poi, un giorno, per una combinazione che a loro sembra quasi miracolosa, scoprono che quella donna appartiene a una famiglia importante. Che il lavoro di cui non hanno mai chiesto è, in realtà, un lavoro che altri rispettano, citano, cercano. Che i successi che lei ha sempre raccontato con misura (mai per vantarsi, solo per condividere) erano veri. Loro, che per anni avevano sospettato un'esagerazione, una fantasia, quasi una bugia elegante raccontata per abbellire una vita altrimenti ordinaria, si trovano davanti all'evidenza e restano in silenzio. Non per pudore. Per stupore.
Ed è qui che si vede tutto. Perché la donna, in quel momento, non si ferma ad aspettare un applauso tardivo. Non ha bisogno che qualcuno, con anni di ritardo, si accorga di lei. Continua semplicemente a vivere nel mondo che le appartiene: quello che si è costruita da sola, senza bisogno di essere autorizzata, spiegata, difesa da chi avrebbe dovuto farlo per primo. Il suo mondo va avanti, con o senza quella conferma arrivata troppo tardi per contare davvero.
E lui? Lui può scegliere. Non viene escluso , ma non ha mai usato la lingua che serve per entrarci: quella del "noi", quella dell'interesse vero, quella della difesa incondizionata. Si scopre spettatore di una vita che avrebbe potuto co-abitare, e invece ha solo attraversato distrattamente, senza mai chiedere il nome delle cose. Anche di questo si occupa l' emotivogastronomia ed è una delle cose che insegna meglio: il rispetto non si misura nelle grandi occasioni, ma nei piccoli gesti quotidiani. Non è una questione di intelligenza, ma di attenzione vera, quotidiana, che si vede prima ancora che nelle grandi occasioni. E l'attenzione mancata non si recupera con uno stupore tardivo davanti a un cognome o a un successo improvviso.
Si recupera, se si recupera, con lo stesso tempo che è mancato. Non con un applauso arrivato quando lo spettacolo è già iniziato, quando le luci si sono accese da tempo.



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