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Quella strana condizione...

  • Immagine del redattore: Suzette Monet
    Suzette Monet
  • 25 lug
  • Tempo di lettura: 3 min


Quella strana condizione di essere corteggiata... dal mondo accademico


Il mondo accademico scrive anche di sabato. Questo va detto subito, come premessa metodologica: il corteggiamento accademico non ha degli orari d'ufficio, e non li rispetta con una disciplina che io, cresciuta a tavola con un nonno che serviva la cena quando gli pareva, ho impiegato anni a capire.

Comincia sempre con una mail. Non "Ciao Suzette", ma "Gentile Dott.ssa Monet". La mail arriva da un indirizzo che finisce in .ac.uk o in .edu, e già lì il cuore fa una cosa strana: si raddrizza sulla sedia, come se l'avessero chiamato a rapporto.

Poi c'è l'attesa. Il corteggiamento accademico si misura in "round di revisione", non in giorni. Ho un saggio che sta vivendo la sua storia d'amore lenta con una rivista inglese di storia gastronomica. Stato attuale: "Send to Review". Due parole che, tradotte dal linguaggio accademico a quello sentimentale, significano più o meno: ti penso, ma non è ancora il momento di dirtelo. Nel frattempo io controllo la mail con la stessa frequenza sospetta con cui, a vent'anni, avrei controllato se un ragazzo avesse letto il messaggio.

Però la differenza è sostanziale, tra un corteggiatore qualunque e il mondo accademico: il mondo accademico non fa complimenti gratuiti. Se dice che un'idea "merita di essere sviluppata", significa che l'ha soppesata, girata, messa alla prova contro trent'anni di letteratura sull'argomento, e solo alla fine ha deciso di concederle un aggettivo positivo. È un corteggiamento che passa dalla bibliografia prima che dal cuore. Ed è proprio per questo, lo ammetto con lo stesso pudore con cui si ammette di essere lusingati da chi fa fatica a lusingare, che quando arriva, conta il doppio.

Nonno Roberto, che il rigore lo praticava in cucina e non nei convegni, l'avrebbe presa così: "Se uno ti corteggia con la bibliografia, portalo comunque a mangiare prima di fidarti." Aveva un modo tutto suo di ridurre ogni cerimonia al banco di prova reale: il piatto. Diceva che chiunque puoi conquistare con parole precise, ma solo pochi meritano il tempo che ci metti a preparargli qualcosa. Il mondo accademico, prima scrive parole precise. Il piatto viene dopo, ma intanto le parole le leggo tre volte, come si fa con le lettere importanti.

C'è poi il capitolo delle conferenze, che io chiamo il ballo delle debuttanti accademico. Si invia un abstract come si manda un biglietto attraverso un amico comune: con la giusta dose di understatement e la certezza nascosta che valga la pena leggerlo. Poi si aspetta. E se arriva un invito, la sensazione non è dissimile da quella di essere scelte per il primo giro di valzer in una sala dove nessuno ti conosceva un'ora prima.

Quello che nessuno racconta, di questo corteggiamento, è quanto sia silenzioso. Non ci sono fiori, non ci sono cene: c'è una mail che arriva alle 9:14 di un martedì mattina, con l'oggetto scritto tutto minuscolo, e dentro tre righe che possono cambiarti il pomeriggio. Ho imparato a riconoscere l'emozione in quel formato compresso: il cuore non ha bisogno di prosa fiorita per accelerare, gli basta un "we would be delighted" infilato in mezzo a una subordinata.

Resta il fatto, e qui l'ironia lascia spazio a una verità più semplice, che essere lette, prese sul serio, messe in discussione da chi il rigore lo pratica per mestiere, è una delle forme di attenzione più belle che si possano ricevere. Non sostituisce niente. Ma accompagna bene chi, come me, ha imparato a sentire prima ancora di argomentare, e ora sta provando pazientemente con qualche imbarazzo e con molta ironia, a fare anche l'altro mestiere: quello di farsi leggere da chi non era già pronto a volerle bene.

Senti, senti, senti anche quando chi ti scrive lo fa in nota a piè di pagina.

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