Quando il cibo racconta più di noi
- Suzette Monet

- 10 ago
- Tempo di lettura: 6 min

Sono seduta al tavolo di un bar a Brera, con il vassoio che fuma più del mio pensiero mattutino. Milano ha il dono, o la colpa, di trasformare ogni boccone in un documento identitario: chi sei lo dice il tuo cappuccino, la focaccia che scegli, il pane con cui ti sporchi le dita. Non è solo fame: è biografia, cronaca e qualche volta dichiarazione politica in salsa rosa.
Mangiare qui significa interpretare una scena teatrale che si ripete ogni giorno. C’è il manager con il panino preso al volo in una mano e lo smartphone nell’altra, che morde fretta e risposte automatiche; la giovane con la borsa vintage che sceglie il croissant integrale perché “fa tendenza”; lo studente che condivide una pizza da asporto come se fosse un patto di sopravvivenza. E poi io, che guardo e prendo appunti, come se fossi pagata per questo e forse lo sono: pagata in storie.
Il cibo parla di noi con accenti sottili. Un’insalata può essere promessa di salute o strategia estetica; un risotto alla milanese è confessione di radici (e, ammettiamolo, di buon gusto). In certi ristoranti del centro ho visto coppie comunicare a monosillabi, ma i piatti tra loro spiegare quello che non si osava dire. Il cibo diventa interprete e guardiano: consegna memorie (il ragù della nonna, la marmellata che non si compra mai più perché “era diverso”) e costruisce nuove narrazioni, come il piatto fusion che mette insieme Asia e Lombardia e pretende un passaporto culinario.
Milano è laboratorio di connessioni: il mercato di via Fauchè è un romanzo in corso, ogni bancarella un capitolo. Le voci dei venditori raccontano stagioni, arrivi e partenze, mentre i clienti rispondono con gli acquisti, voti consumati che segnano gusti e abitudini. Non c'entra nulla la nostalgia: è la memoria che si rinnova di settimana in settimana, come un rituale laico che ci ricorda da dove veniamo e, talvolta, dove vogliamo andare.
E poi c’è la performance domestica. Il pranzo da soli sul divano può essere terapia o resa; la cena preparata per ospiti diventa specchio: voglio stupire, voglio essere amabile, voglio apparire sofisticata? La scelta del menù dice tutto. Ricordo una cena in cui una carbonara troppo perfetta parlava di qualcuno che cercava l’approvazione; la base bruciacchiata di una torta rivelava invece che l’ospite aveva riso troppo per accorgersene e quella torta fu ricord
Sono seduta al tavolo di un bar a Brera, con il vassoio che fuma più del mio pensiero mattutino. Milano ha il dono, o la colpa, di trasformare ogni boccone in un documento identitario: chi sei lo dice il tuo cappuccino, la focaccia che scegli, il pane con cui ti sporchi le dita. Non è solo fame: è biografia, cronaca e qualche volta dichiarazione politica in salsa rosa.
Mangiare qui significa interpretare una scena teatrale che si ripete ogni giorno. C’è il manager con il panino preso al volo in una mano e lo smartphone nell’altra, che morde fretta e risposte automatiche; la giovane con la borsa vintage che sceglie il croissant integrale perché “fa tendenza”; lo studente che condivide una pizza da asporto come se fosse un patto di sopravvivenza. E poi io, che guardo e prendo appunti, come se fossi pagata per questo e forse lo sono: pagata in storie.
Il cibo parla di noi con accenti sottili. Un’insalata può essere promessa di salute o strategia estetica; un risotto alla milanese è confessione di radici (e, ammettiamolo, di buon gusto). In certi ristoranti del centro ho visto coppie comunicare a monosillabi, ma i piatti tra loro spiegare quello che non si osava dire. Il cibo diventa interprete e guardiano: consegna memorie (il ragù della nonna, la marmellata che non si compra mai più perché “era diverso”) e costruisce nuove narrazioni, come il piatto fusion che mette insieme Asia e Lombardia e pretende un passaporto culinario.
Milano è laboratorio di connessioni: il mercato di via Fauchè è un romanzo in corso, ogni bancarella un capitolo. Le voci dei venditori raccontano stagioni, arrivi e partenze, mentre i clienti rispondono con gli acquisti, voti consumati che segnano gusti e abitudini. Non c'entra nulla la nostalgia: è la memoria che si rinnova di settimana in settimana, come un rituale laico che ci ricorda da dove veniamo e, talvolta, dove vogliamo andare.
E poi c’è la performance domestica. Il pranzo da soli sul divano può essere terapia o resa; la cena preparata per ospiti diventa specchio: voglio stupire, voglio essere amabile, voglio apparire sofisticata? La scelta del menù dice tutto. Ricordo una cena in cui una carbonara troppo perfetta parlava di qualcuno che cercava l’approvazione; la base bruciacchiata di una torta rivelava invece che l’ospite aveva riso troppo per accorgersene e quella torta fu ricordata meglio di qualunque glassa liscia.
Non sottovalutiamo la gentilezza del cibo: offre conforto quando le parole mancano. Una zuppa calda entra dove non arrivano frasi, e resta, come una promessa segreta. A Milano la cucina è spesso audace, ma sa anche ritornare ai sapori semplici quando servono ancore di realtà. È lì che ho visto amici ricostruirsi, un cucchiaio alla volta.
Il cibo è anche linguaggio politico. La scelta vegana, il rifiuto dello spreco, l’acquisto dal contadino: non sono mere scelte nutrizionali ma dichiarazioni etiche. A volte mi sembra che la città si misuri a tavola: dall’osteria storica che resiste ai prezzi folli ai locali che celebrano il km zero, Milano vota quotidianamente con forchette e carte di credito.
E poi l’ironia, perché senza ironia il cibo sarebbe solo nutrizione e non poesia della vita quotidiana. Ridiamo di chi scatta foto al piatto invece di mangiarlo; ridiamo di menu che tradiscono aspirazioni e intenzioni. Ridiamo, e mentre ridiamo, masticando, ascoltiamo storie che si intrecciano: una tavolata diventa consiglio di amministrazione emotivo, un pranzo di lavoro si trasforma in confessionale.
Alla fine, il cibo ci racconta più di quello che vogliamo ammettere. Racconta i sogni, le paure, le strategie per essere accettati o desiderati. Racconta di città che cambiano e di sapori che rimangono. Racconta di quella domenica in cui abbiamo deciso che tutto sarebbe andato bene e l’abbiamo festeggiata con una torta, piccola e malriuscita, ma nostra.
Se Milano ha un profumo, è quello del pane appena sfornato che si diffonde nella nebbia mattutina: semplice e testardo, capace di resistere alle mode. E mentre cammino per i Navigli, vedo la città che parla e io, che lavoro a raccogliere racconti, traduco il linguaggio del cibo in parole. Perché in fondo la vera arte non è cucinare bene, ma rendere il piatto una storia che ci sopravvive.
ata meglio di qualunque glassa liscia.
Non sottovalutiamo la gentilezza del cibo: offre conforto quando le parole mancano. Una zuppa calda entra dove non arrivano frasi, e resta, come una promessa segreta. A Milano la cucina è spesso audace, ma sa anche ritornare ai sapori semplici quando servono ancore di realtà. È lì che ho visto amici ricostruirsi, un cucchiaio alla volta.
Il cibo è anche linguaggio politico. La scelta vegana, il rifiuto dello spreco, l’acquisto dal contadino: non sono mere scelte nutrizionali ma dichiarazioni etiche. A volte mi sembra che la città si misuri a tavola: dall’osteria storica che resiste ai prezzi folli ai locali che celebrano il km zero, Milano vota quotidianamente con forchette e carte di credito.
E poi l’ironia, perché senza ironia il cibo sarebbe solo nutrizione e non poesia della vita quotidiana. Ridiamo di chi scatta foto al piatto invece di mangiarlo; ridiamo di menu che tradiscono aspirazioni e intenzioni. Ridiamo, e mentre ridiamo, masticando, ascoltiamo storie che si intrecciano: una tavolata diventa consiglio di amministrazione emotivo, un pranzo di lavoro si trasforma in confessionale.
Alla fine, il cibo ci racconta più di quello che vogliamo ammettere. Racconta i sogni, le paure, le strategie per essere accettati o desiderati. Racconta di città che cambiano e di sapori che rimangono. Racconta di quella domenica in cui abbiamo deciso che tutto sarebbe andato bene e l’abbiamo festeggiata con una torta, piccola e malriuscita, ma nostra.
Se Milano ha un profumo, è quello del pane appena sfornato che si diffonde nella nebbia mattutina: semplice e testardo, capace di resistere alle mode. E mentre cammino per i Navigli, vedo la città che parla e io, che lavoro a raccogliere racconti, traduco il linguaggio del cibo in parole. Perché in fondo la vera arte non è cucinare bene, ma rendere il piatto una storia che ci sopravvive.



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