Patate e cioccolato
- Suzette Monet

- 27 lug
- Tempo di lettura: 1 min

La patata che si crede castagna
Questo è il risultato del mio studio sulla ricetta di Charles Ranhofer. Una patata avvolta in un gelato alla castagna dolce, morbido, quasi vellutato e poi rotolata nel cioccolato fondente grattugiato, come se dovesse vestirsi per un'occasione che non le appartiene. Le mandorle a filetti, sopra, sono il tocco che inganna l'occhio prima ancora del palato: sembra un tartufo, sembra un dolce di festa, sembra tutto tranne quello che è davvero.
La cucina francese dell'Ottocento aveva questa ossessione elegante per il travestimento: trasformare l'umile in sontuoso, il quotidiano in teatro. E qui, tagliando in due questa sfera, si scopre il cuore: la patata resta se stessa, bianca, compatta, quasi timida in mezzo a tanta messa in scena. È lei che regge il gioco, silenziosa, mentre il gelato alla castagna le costruisce intorno un racconto di autunno, di fuoco, di caldarroste lontane.
Il freddo del gelato contro la temperatura ambigua della patata cotta (né calda né fredda, ma trattenuta in un tempo sospeso) crea una frizione che il cioccolato fondente non addolcisce, ma amplifica. È un dolce che non chiede di essere capito subito, ma di essere sentito, sentito, sentito: prima la crosta che si rompe, poi la cremosità che avvolge, infine quella sorpresa quasi comica di trovare un vegetale dove ci si aspettava solo zucchero.
Ranhofer, in fondo, ci ricorda quello che l'emotivogastronomia non smette mai di ripetere: il travestimento più riuscito non è quello che nasconde, ma quello che rivela (attraverso lo scarto, attraverso il gesto inatteso) da cosa siamo disposti a lasciarci sorprendere.



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