top of page

Noto. Landolina Palace Hotel

  • Immagine del redattore: Suzette Monet
    Suzette Monet
  • 26 giu
  • Tempo di lettura: 2 min



Si entra a Noto come si entra in una promessa già fatta. La pietra è calda, quasi miele, e il sole del tardo pomeriggio la accende ancora di più, fino a far sembrare la facciata di Palazzo Landolina una cosa viva, che respira, non costruita ma cresciuta lì, tra le colonne e il portone di legno scuro che si apre come un segreto custodito bene.

Siamo arrivati oggi. Il primo gesto, prima ancora del bagaglio, prima ancora dell'acqua fresca, è stato alzare gli occhi al soffitto della camera: un affresco discreto, color salvia e oro vecchio, con una rosetta centrale che sembra un fiore caduto dal cielo e rimasto lì per distrazione. Non è uno sfarzo che chiede attenzione:è piuttosto il contrario, uno sfarzo che si lascia scoprire solo a chi si ferma a guardare in alto, cosa che quasi nessuno fa più.

La chiave, quella vera, di metallo, pesa nella mano in un modo che nessuna tessera magnetica saprà mai restituire. C'è una cura, in questo dettaglio, che dice già tutto del resto: qui le cose antiche non sono un arredo, sono un metodo.

Nella stanza, una poltrona dorata con un cuscino color melagrana aspetta accanto alla finestra, dietro tende leggere che lasciano entrare la luce filtrata, mai diretta. È la stessa luce, credo, che entrava in queste stanze due secoli fa, quando il palazzo apparteneva a chi lo ha fatto costruire e non a chi, come noi, lo attraversa per pochi giorni.

In basso, nel cortile, un lampadario a stella pende sotto la volta a botte, e attraverso l'arco si intravede un altro pezzo di Noto: balconcini in ferro, fiori rossi, una scala di pietra che sale verso una porta chiusa. È un palazzo che continua a generare altri scorci di se stesso, uno dentro l'altro, come certe case di famiglia che non finiscono mai di rivelarsi del tutto.

Ad accoglierci, in camera, un piccolo gesto siciliano: due bicchieri rovesciati su un vassoio, foglie di menta, lime tagliato a metà, pronto per essere spremuto. Nessun discorso, nessuna spiegazione. Solo l'invito implicito a fermarsi, versare, sedersi.

Questo è esattamente il tipo di luogo che porterò nella rubrica Emotivogastronomia in viaggio di A. E. magazine : non per il lusso, che pure c'è, ma per quella coppia di polarità che mi interessa sempre: l'imponenza della facciata barocca fuori, e la quiete quasi monacale della stanza dentro. Due Noto diverse, a pochi metri di distanza, e in mezzo noi, appena arrivati, con ancora la polvere del viaggio sulle scarpe e la voglia di restare qui più di quanto il programma preveda.


 
 
 

Commenti


bottom of page