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Montecarlo

  • Immagine del redattore: Suzette Monet
    Suzette Monet
  • 20 lug
  • Tempo di lettura: 2 min

Montecarlo non si mangia, si respira, si beve, e poi resta addosso come un profumo che non hai scelto ma che non vorresti più togliere.

C'è una luce, lì, che non esiste altrove. Non è la luce della Costa Azzurra qualunque, quella da cartolina che tutti fotografano e nessuno guarda davvero. È una luce dorata e insolente, che rimbalza sulle cupole del Casinò come se il tempo stesso avesse deciso di fermarsi a un tavolo di baccarat e non alzarsi più. Le palme sembrano immobili per scelta. Tutto, a Montecarlo, sembra fermo per scelta. Anche il caffè, servito su tavolini di ferro battuto all'ombra di un tendone blu, sembra aspettare che tu decida di viverlo, non solo di berlo.

Alcuni luoghi non hanno una cucina, hanno un carattere, e il carattere si mangia prima ancora del cibo. A Montecarlo il carattere è questo: eleganza, opulenza come se fosse normale. Ed è proprio in quella normalità apparente che si nasconde la vera lezione emotivogastronomica del luogo. Perché qui, anche una tazzina di caffè servita all'aperto, tra donne con gli occhiali da sole spinti sui capelli e uomini che parlano piano come se il denaro non amasse i toni alti, diventa un atto teatrale. Il gusto, a Montecarlo, non si consuma. Si mette in scena.

Chi si siede a quei tavolini bianchi, sotto le facciate color crema del Casinò de Monte-Carlo, non sta semplicemente facendo una pausa. Sta partecipando a una liturgia laica fatta di gesti minimi: la tazzina sollevata con calma, lo sguardo che si perde tra le guglie e le statue dorate, la sigaretta di qualcuno che si consuma più lentamente del previsto. È un rito di appartenenza a un'idea di bellezza che non ha fretta di dimostrarsi. E in questa lentezza costruita, quasi coreografata, io ritrovo l'essenza stessa dell'emotivogastronomia: il cibo, o anche solo un sorso di caffè, come dispositivo di presenza. Come strumento che ci obbliga a fermarci, anche quando tutto intorno grida velocità, vincita, perdita, fortuna.

Perché Montecarlo, in fondo, è un paradosso goloso: è il luogo del rischio per eccellenza, eppure il modo in cui ci si siede a tavola qui non ha nulla di azzardato. È tutto calcolato, tutto misurato, tutto proporzionato come un abito su misura. Le sedie in vimini intrecciato, i fiori rossi che esplodono contro il verde scuro delle siepi, il palmo che si staglia contro un cielo troppo azzurro per essere vero: ogni dettaglio racconta una cura ossessiva per la messa in scena del piacere. E il piacere, quando è messo in scena con questa precisione, smette di essere frivolo. Diventa filosofia.

Io credo che ci sia qualcosa di profondamente onesto in questa teatralità. Perché almeno qui nessuno finge che il gusto sia solo nutrimento. A Montecarlo il gusto è dichiaratamente spettacolo, dichiaratamente status, dichiaratamente desiderio. E forse è proprio questa sincerità , paradossale in un luogo costruito sull'illusione del gioco, a renderla un caso di studio perfetto per chi come me cerca, ovunque, il punto esatto in cui il cibo smette di essere sostanza e diventa linguaggio dell'anima.

Anche qui, tra guglie dorate e tavolini bianchi, il gusto continua a parlare. Basta avere l'umiltà di ascoltarlo.

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