Ma tu cucini?
- Suzette Monet

- 10 giu
- Tempo di lettura: 3 min

Io cucino. Ma non è questo il punto.
Me lo chiedono spesso, con quella curiosità mista a malizia che si riserva a chi parla tanto di cose serie. Ma tu, sai cucinare?
La risposta è sì. E non è la risposta interessante.
Cucino da sempre. Con piacere, con metodo, con quella concentrazione silenziosa che in cucina non si spiega ma si riconosce subito; è la stessa di chi dipinge, di chi scrive, di chi fa qualsiasi cosa che richieda di essere completamente presenti. Ho imparato guardando, come si impara tutto ciò che vale la pena imparare. Ho sbagliato molto, ho riprovato, ho capito. Ho sviluppato nel tempo la capacità di creare, non solo di eseguire. Di partire da quello che c'è, da quello che suggerisce la stagione, dall'umore del momento, e arrivare a qualcosa che prima non esisteva.
Creare cibo è un atto strano e meraviglioso. Non è arte nel senso formale del termine: nessuno appende un piatto in un museo, nessuno lo cataloga, nessuno lo restaura quando si deteriora. Anzi: si deteriora per definizione, si consuma nel momento stesso in cui raggiunge la sua perfezione. Un piatto esiste per sparire,è la sua natura, e anche la sua poesia, ed è qui che entra la pittura.
Ho cominciato a dipingere tardi, quasi per caso, con quella goffaggine di chi arriva a una cosa nuova portandosi dietro troppe certezze acquisite altrove. Ho dovuto imparare a non sapere, a tenere il pennello come se non avessi mai tenuto niente in mano, a guardare il colore senza nominarlo, a stare ferma davanti a una tela senza voler subito riempirla.
È stato allora che ho capito quanto cucina e pittura parlassero la stessa lingua.
Nel senso più profondo e meno decorativo: entrambe sono pratiche che richiedono presenza. Entrambe lavorano con la materia: il pigmento, l'ingrediente per produrre qualcosa che va oltre la materia stessa. Entrambe vivono nell'istante. Un colore steso non si ritira, un soffritto avanzato non torna indietro. Si va avanti, si aggiusta, si trasforma l'errore in scelta.
E in entrambe, questo è il punto che mi ha colpita di più, c'è sempre un momento in cui si smette di pensare e si comincia semplicemente a fare. Un momento in cui la mano sa prima della testa. In cui il gesto precede l'intenzione.
In cucina lo conosco bene, quel momento. È quando smetto di seguire una ricetta, anche una mia, anche una che conosco a memoria, e comincio a cucinare davvero. Quando aggiungo qualcosa che non era previsto perché lo sento necessario, quando cambio la direzione di un piatto a metà strada perché qualcosa mi dice che c'è un'altra possibilità, più vera, più mia.
È esattamente lo stesso che succede davanti a una tela.
L'emotivogastronomia, il territorio che esploro nel mio lavoro, in bilico tra scrittura e cucina e memoria, nasce proprio da questa sovrapposizione.
È la relazione emotiva tra un essere umano e il cibo. Il modo in cui un piatto porta con sé un ricordo preciso, un'assenza, una stagione della vita che credevamo dimenticata. Il modo in cui certi ingredienti non sono mai solo ingredienti: sono messaggi in codice che il corpo decodifica prima ancora che la mente abbia il tempo di intervenire.
Quando cucino, cerco questo. Non la perfezione tecnica, quella viene con il tempo e la pratica, e non è mai il fine. Cerco il momento in cui un piatto smette di essere cibo e diventa racconto. In cui chi lo mangia riceve qualcosa che non era scritto nella ricetta.
È la stessa cosa che cerco quando dipingo. La stessa cosa che cerco quando scrivo.
Tre pratiche diverse, un solo movimento interiore.
I pittori fiamminghi del Seicento lo sapevano, anche se non lo avrebbero detto in questi termini. Le loro nature morte (la selvaggina appesa, le ostriche aperte, il pane scuro che sembra quasi si possa spezzare) non erano esercizi di stile. Erano discorsi sul tempo, sul desiderio,sulla bellezza che dura un istante prima di trasformarsi in qualcos'altro. Ogni frutto dipinto era anche un frutto che stava marcendo. Ogni tavola imbandita era anche una tavola che sarebbe stata sparecchiata.
Il cibo, nella pittura, ha sempre parlato di altro. Sempre.
Io cucino,creo,dipingo (da quando ho lasciato Montecarlo non l'ho più fatto, scrivo. E ogni volta, in modo diverso, sto facendo la stessa cosa; sto cercando di fermare un attimo che so già che passerà, di dargli una forma prima che svanisca.
Forse è questa l'unica definizione sincera di emotività gastronomica: il tentativo ostinato e gioioso di rendere permanente ciò che per natura è destinato a sparire.
Un piatto, un colore, una parola.
Tutto scompare. Tutto resta.



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