Le sedie vuote continuano a parlare
- Suzette Monet

- 13 lug
- Tempo di lettura: 1 min

Le sedie vuote continuano a parlare.
C'è una sedia, a casa di mia nonna, che nessuno ha mai spostato. È quella di mio nonno Roberto. Dopo che se n'è andato, per mesi l'abbiamo lasciata lì, al suo posto a tavola, come se il corpo potesse ancora tornare anche se la voce no. Nessuno lo ha deciso. È successo e basta, come succedono certe cose vere.
Ricordo una domenica, tanto tempo dopo, in cui mia zia ha appoggiato per sbaglio la borsa su quella sedia. Il silenzio che è calato nella stanza non era rabbia. Era qualcosa di più antico: il rispetto per un posto che continua a significare qualcuno, anche vuoto.
Le sedie vuote non sono un buco nella tavola. Sono una presenza fatta di assenza. Restano lì a ricordarci chi ha riso in quella cucina, chi ha rimproverato la salsa troppo salata, chi ha versato il vino sempre un po' oltre il bordo del bicchiere. Una tavola di famiglia non è mai fatta solo di chi siede. È fatta anche di chi manca, e di come lo lasciamo mancare.
Io "sento" ancora, in certe sere, il gesto di mio nonno che spostava la sedia prima di sedersi, quel piccolo scricchiolio sul pavimento che era diventato, senza che nessuno lo dicesse, il segnale che la cena poteva cominciare.
Vi va di raccontarmi voi la vostra? Qual è la sedia, il gesto, il dettaglio che alla vostra tavola di famiglia continua a parlare anche quando chi lo faceva non c'è più?



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