La vecchiaia che scelgo
- Suzette Monet

- 6 giu
- Tempo di lettura: 2 min

LA VECCHIAIA CHE SCELGO
Qualcuno me lo chiede ogni tanto, con quella curiosità affettuosa che nasconde un'altra domanda, quella vera: ma tu, dove finisci?
La risposta è semplice. E la semplicità, me l'ha insegnato mio nonno Roberto, è quasi sempre la cosa più coraggiosa.
Continuerò a lavorare nel mio Atelier Emotivogastronomico. Finché i miei neuroni saranno vispi, attivi, capaci di sentire e uso questo verbo con piena cognizione di causa. Il lavoro che faccio non è consulenza, non è terapia, non è un servizio. È ascolto. È la traduzione di ciò che una persona porta in tavola in un documento letterario che nessun database potrà mai produrre, perché nasce dall'incontro vivo tra due presenze umane. Quella capacità di incontro, quella precisione emotiva, quella è la cosa che voglio portare fino in fondo.
Ma non in Italia.
Ho amato questo paese con una fedeltà che non richiede giustificazioni. Torino mi ha dato la struttura, il rigore, quella qualità dell'aria che si respira solo nelle città che hanno conosciuto la grandezza e poi hanno scelto la discrezione. Ma il mio corpo, quando invecchia nell'immaginazione, lo vedo altrove.
Lo vedo in Francia.
In Provenza o in Normandia, i due poli opposti di un'unica fedeltà. La Provenza mi dà la luce, quella luce obliqua di fine pomeriggio che cade sulle pietre come se le conoscesse da sempre. La Normandia mi dà il peso, la nebbia, il mare che non promette niente e mantiene tutto. Ho vissuto lì periodi della mia infanzia che non ho mai smesso di abitare. Certe mattine, ancora adesso, mi sveglio e per un secondo non so in quale delle due storie mi trovo.
Chiudere il cerchio lì sarà bellissimo. Non come resa, ma come compimento. Come quando una frase, dopo molte pagine, trova finalmente il punto fermo che le appartiene.
L'Atelier seguirà. Il lavoro continuerà: in francese, in italiano, nella lingua che serve. Le sessioni, le storie, i paesaggi emotivi a tavola che costruisco con chi mi sceglie: tutto questo non ha bisogno di una metropoli. Ha bisogno di silenzio, di una tavola, di una voce disposta a ricordare.
E di qualcuno capace di ascoltare davvero.
Quella sarò ancora io.



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