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La tovaglia

  • Immagine del redattore: Suzette Monet
    Suzette Monet
  • 24 lug
  • Tempo di lettura: 5 min

La tovaglia

Cominciamo con una verità che nessun libro di galateo ammetterà mai per iscritto: la tovaglia bianca è un atto di aggressione travestito da ospitalità.

Lo dico con cognizione di causa, perché io la tovaglia bianca la stendo da tutta la vita, e da tutta la vita, intorno alle undici del mattino di un pranzo importante, smetto di essere una persona ragionevole per diventare una specie di sacerdotessa nervosa officiante un rito di cui non ho mai davvero accettato le regole. La tiro fuori dal cassetto. La stendo. La liscio con il palmo anche se non ha una piega, perché il gesto non serve a lei, serve a me e penso, ogni singola volta, la stessa identica frase, con la stessa identica ingenuità di chi la pensa per la prima volta: speriamo che nessuno ci versi sopra niente.

Il che, diciamocelo, è una premessa piuttosto bizzarra per un pranzo il cui unico scopo dichiarato è mangiare e bere in allegria. Ho apparecchiato un campo minato e ho invitato dodici persone a camminarci sopra armate di posate e, soprattutto, di vino rosso.

Perché deve essere bianca, poi, è un altro mistero che mi tengo stretto. Ho tovaglie color avorio, color champagne, una verde salvia che mia madre definisce "sperimentale" con lo stesso identico tono con cui altre madri direbbero "preoccupante". Ma per le occasioni che contano, quelle in cui voglio che tutti sappiano che conto di far le cose come si deve, torno sempre, senza eccezioni, al bianco. Il bianco non perdona. Il bianco è la tovaglia che dichiara: qui non si scherza, qui tutto è sotto controllo, e chi rovescerà qualcosa lo saprà nell'istante esatto in cui accade, e lo sapranno anche gli altri undici commensali, in tempo reale, senza appello.

È l'ipocrisia più elegante che io conosca. Dichiari accoglienza e pratichi sorveglianza. È l'equivalente tessile di chi vi apre la porta di casa dicendo "fate come se foste a casa vostra" mentre pensa, con ogni fibra del proprio essere, vi prego, non fate come se foste a casa vostra, non toccate niente, non sedetevi lì.

Per capire davvero una tovaglia, e io credo fermamente che le tovaglie vadano capite e non solo stirate, bisogna risalire a quando questo pezzo di stoffa smise di essere un utensile e diventò un manifesto.

Il damasco, la tessitura che rende certe tovaglie così dense, così lucide da restituire la luce delle candele come farebbe una lastra d'argento, arriva in Europa attraverso le rotte dei mercanti che commerciavano con Damasco (la città siriana da cui prende nome ) già nei secoli del tardo Medioevo. Non era un tessuto per coprire tavoli qualunque. Era, fin dall'inizio, un tessuto pensato per essere guardato più che usato: le corti europee lo adottarono non perché servisse a proteggere il legno del tavolo, per quello sarebbe bastata qualunque tela, ma perché era la prova visibile che si possedeva un tavolo abbastanza superfluo da poter essere vestito con qualcosa di più prezioso di quanto la funzione richiedesse. Una tovaglia damascata, in origine, non copriva: esibiva.

Ecco, questa parte della storia mi mette sempre lievemente a disagio, perché la riconosco fin troppo bene. Sotto la mia tovaglia bianca, oggi, sopravvive intatta la stessa identica logica di sette secoli fa: dimostrare che posso permettermi di rischiare qualcosa di prezioso al solo scopo di fare colpo su chi guarda. La sola differenza, se devo essere onesta, è che i mercanti veneziani almeno non fingevano di essere informali mentre lo facevano. Loro sapevano perfettamente di stare mettendo in scena un potere. Io, invece, servo la pasta dicendo "ma no, stai comodo, è una cosa semplice", su una tovaglia che costa più della sedia su cui sei seduto.

Mia madre possiede una tovaglia che non ha mai usato. Gliel'hanno regalata per le nozze, ricamata a mano da qualcuno di cui non ricorda più il nome, ma di cui ricorda con perfetta esattezza la meticolosità delle iniziali cucite all'angolo. È rimasta piegata in un cassetto per quattro decenni, avvolta nella carta velina come una reliquia in attesa di una canonizzazione che non arriva mai, tirata fuori esattamente due volte nella sua storia di cui una soltanto per mostrarmela, con la frase che ancora oggi ripete identica: "questa non si usa. Questa si guarda."

Ho passato anni convinta che fosse un eccesso tipicamente suo, questa venerazione feticistica per un rettangolo di lino. Poi ho aperto il mio cassetto, e ne ho trovate tre, tre, che fanno esattamente la stessa cosa, immobili, perfette, inutilizzate.

Non è conservazione, questa. È un rinvio continuo, sistematico, quasi liturgico: rimandiamo l'uso della cosa bella al momento perfetto, sapendo benissimo, ma fingendo di non saperlo, che il momento perfetto non arriva mai, perché nessun pranzo sarà mai abbastanza solenne da giustificarne il rischio. E così la tovaglia più bella che possediamo resta per sempre la seconda scelta, quella appena sotto la soglia dell'occasione che la meriterebbe davvero. Diventiamo, tutte quante, curatrici di un piccolo museo privato in cui l'unico pezzo di reale valore resta chiuso in una teca a cui nessuno, nemmeno noi, avrà mai accesso.

L'ho usata, la mia tovaglia più bella, qualche anno fa. Non per un'occasione importante anzi, per una completamente banale: un martedì qualunque, ospiti non annunciati fermatisi a cena senza preavviso, e io che l'ho stesa solo perché era la prima pulita che avevo sottomano, senza pensarci un secondo. Me ne sono resa conto solo a metà cena, con un piccolo sussulto, e ho passato il resto della serata ad aspettare con ansia trattenuta che qualcuno versasse del vino rosso solo per vedere, finalmente, come avrei reagito io per prima.

Nessuno ha versato niente. La cena è finita bene, come finiscono quasi tutte le cene di martedì con ospiti non annunciati. Ho ripiegato la tovaglia, l'ho rimessa nel cassetto. E ho scoperto, con un fastidio che non mi aspettavo, che non era successo assolutamente nulla di memorabile. Nessuna macchia, ma nemmeno alcuna epifania sull'importanza di vivere il presente, nessuna rivelazione da annotare per i posteri. Solo una tovaglia leggermente più sgualcita di prima, e la sensazione vaga, fastidiosa, di aver mancato qualcosa, non di averla rovinata, ma di non averla sentita davvero, quella tovaglia, invece di limitarmi, come sempre, a guardarla.

Ed è qui il punto che nessun manuale di galateo scriverà mai: non è la paura di sprecare la cosa bella a tenerla chiusa nel cassetto. È la paura, molto più fondata, di scoprire che una volta usata, la cosa bella era soltanto una cosa. E che il rimpianto che coltivavamo con tanta cura per tutte le occasioni in cui non l'abbiamo tirata fuori era, alla fine, più prezioso e più facile da amare della tovaglia stessa.

Non buttiamo via niente, è vero. Ma soprattutto non buttiamo via il rimpianto di non averlo usato: quello, di tutti gli oggetti del cassetto, è l'unico che non si sciupa mai.

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