La casa del Principe che nessuno ha dimenticato
- Suzette Monet

- 26 giu
- Tempo di lettura: 3 min

Ecco un luogo che non aspetta di essere visitati. Ti viene incontro e lo fa prima ancora che tu attraversi il cancello, prima che i tuoi occhi si posino sulla facciata color avorio, sulla doppia scalinata, sulla fontana al centro del cortile che sembra posata lì da qualcuno che credeva ancora nella bellezza come atto necessario.
La Villa del Gattopardo sta così: composta, silenziosa, con quella dignità un po' commovente delle cose che hanno attraversato l'abbandono e ne sono uscite intatte nell'essenza, anche se non nella materia.
Senti, senti, senti. Senti cosa vuol dire un luogo che ricorda.
Questa villa ha un altro nome, Villa Lampedusa, e una storia che basta da sola a giustificare il silenzio con cui ci si avvicina. Fu costruita agli inizi del Settecento per Don Isidoro Terrasi, poi passò agli Alliata di Villafranca, poi, nel 1845, arrivò il principe Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, bisnonno di Giuseppe. Quel Giuseppe. Quello del romanzo, che ha cambiato per sempre il modo in cui il mondo guarda la Sicilia. Giulio Fabrizio comprò la villa con il denaro ricevuto dal governo borbonico come risarcimento per l'esproprio dell'isola di Lampedusa, un'ironia della storia che appartiene alla famiglia come un gene recessivo, la capacità di trasformare la perdita in qualcosa di magnifico. Qui fece costruire anche un osservatorio astronomico. Un principe che guardava le stelle dalla Piana dei Colli. Certi dettagli non si inventano.
Mio nonno Roberto aveva una frase per i luoghi come questo. Diceva: ci sono cucine in cui si sente ancora il calore di chi ha cucinato cent'anni fa e non parlava di temperatura. Parlava di qualcosa che la materia trattiene quando è stata amata abbastanza a lungo.
Questa villa è stata amata. Poi dimenticata, poi ritrovata.
Per decenni è rimasta vuota, segnata dall'incuria, come molte delle ville settecentesche della Piana dei Colli che il cemento e la speculazione degli anni sessanta hanno circondato senza pietà. Non è un caso che Palermo abbia perso quasi tutte le sue ville storiche nel dopoguerra, una storia che fa ancora male e che qualcuno prima o poi dovrà raccontare per intero. La Villa Lampedusa era sopravvissuta, ma a malapena.
Poi è arrivato Tommaso Dragotto, imprenditore siciliano, e ha fatto una cosa rara: ha investito in qualcosa che non prometteva rendimenti certi, solo una responsabilità enorme. Oltre due anni di restauro conservativo sotto la supervisione della Soprintendenza ai Beni Culturali. Ogni elemento originale preservato o recuperato. Il risultato oggi si chiama albergo diffuso: formula che detesto per la sua freddezza terminologica, ma che in questo caso corrisponde a qualcosa di vero: la villa non è un museo e non è un hotel normale. È un luogo abitato, di nuovo, con la consapevolezza di quello che è stato.
La facciata color crema con le sue decorazioni in rilievo, la scalinata doppia, il cortile lastricato, il giardino con l'agrumeto e il giardino degli odori: tutto riportato a una leggibilità che non tradisce l'originale. Dentro, le sale con le decorazioni settecentesche, i soffitti affrescati, i pavimenti maiolicati e su tutto, l'ombra silenziosa di un uomo che scrisse il romanzo più famoso del Novecento italiano seduto probabilmente molto vicino a questi muri.
Ho guardato a lungo la fotografia che ho davanti. Il cortile nel mattino con la fontana al centro e le palme che incorniciano la facciata. È una scena che potrebbe stare in un film, ma non in un film contemporaneo. In uno di quelli di una volta, quando il cinema capiva ancora che certi paesaggi non vanno riempiti di dialogo.
C'è qualcosa di politico nel fatto che questa villa sia stata salvata da un privato. Non lo dico come critica, lo dico come constatazione. Lo Stato italiano e la Regione Siciliana più di ogni altro ente, ha un rapporto complicato con l'eredità che amministra: capacità di riconoscerne il valore, incapacità strutturale di proteggerla. A duecento metri da qui, la Palazzina Cinese aspetta da quattro anni che i fondi stanziati si trasformino in impalcature reali. Il confronto è impietoso. E istruttivo.
Esistono due modi di rapportarsi al patrimonio: il primo è aspettare che qualcuno decida di agire; il secondo è agire, e poi fare in modo che altri vengano a vedere cosa si può fare quando si decide di farlo davvero.
Villa del Gattopardo appartiene al secondo modo.
Il principe nelle pagine del romanzo diceva che tutto deve cambiare perché tutto rimanga com'è. Frase che i siciliani citano spesso, troppo spesso, come alibi per l'immobilità. Ma qui, in questa villa che porta il suo nome, qualcuno l'ha letta al contrario: per far restare quello che era, bisognava avere il coraggio di cambiarne la destinazione. Trasformarla in un luogo vivo, invece di lasciarla morire in modo decoroso.
Mio nonno avrebbe approvato. Lui che rimetteva in vita le ricette dei nonni dei nonni, adattandole senza tradirle. La memoria, diceva, non è conservazione. È cucina. È qualcosa che si fa, non qualcosa che si custodisce sotto vetro.
Qui lo hanno capito.



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