L'Esperto Assoluto
- Suzette Monet

- 22 lug
- Tempo di lettura: 2 min
L'ESPERTO ASSOLUTO
A ogni tavola italiana, prima o poi, compare una figura che nessuno ha invitato esplicitamente a parlare di cucina, ma che considera quella missione un dovere civile. È l'Esperto Assoluto.
Non importa quale sia il suo mestiere nella vita. Può fare il geometra, il farmacista, l'agente immobiliare o il tassista. Può persino confessare, con disarmante sincerità, di non aver mai cucinato una carbonara in vita sua. Questo dettaglio non lo scoraggia minimamente. Anzi, sembra rafforzare la sua autorevolezza. Perché l'Esperto Assoluto non ha bisogno dell'esperienza. Gli basta la convinzione.
Lo si riconosce subito.
Non apre mai una frase con un dubbio. Non dice: «Secondo me...» oppure «Forse...». Quelli sono strumenti linguistici riservati alle persone prudenti, e la prudenza non appartiene alla sua categoria morale.
Lui esordisce sempre con un perentorio: «La vera carbonara...».
La frase resta sospesa per qualche istante, il tempo necessario perché tutti comprendano che sta per essere pronunciata una verità destinata a mettere ordine nel caos dell'universo.
«La vera carbonara si fa così.»
È una frase meravigliosa.
Non tanto per ciò che afferma, quanto per l'ingenuità con cui immagina che esista un tribunale internazionale incaricato di stabilire la verità definitiva sulle uova sbattute.
L'Esperto Assoluto vive in un mondo rassicurante, popolato da ricette perfette e da persone che, semplicemente, non le conoscono ancora. È un missionario gastronomico. Non corregge gli altri per cattiveria. Li corregge per vocazione. Se vi vede rompere un uovo nel modo sbagliato, prova lo stesso turbamento che un insegnante di pianoforte proverebbe osservando qualcuno suonare Chopin con i pugni.
Naturalmente non è solo una questione di carbonara.
L'Esperto Assoluto possiede un'opinione definitiva sul risotto, sulla pizza, sul ragù, sulla mozzarella, sull'espresso, sul vino, sull'olio e persino sul modo corretto di affettare una pesca. Esistono persone che guardano il tramonto. Lui guarda come impugnate il coltello.
La sua memoria, inoltre, è selettiva e prodigiosa. Ricorda con precisione millimetrica un pranzo consumato nell'estate del 1998 in una trattoria sperduta tra i Castelli Romani, dove, assicura, ha mangiato «la migliore carbonara della sua vita». Del cameriere conserva il nome, del cuoco il cognome, del tavolo perfino la posizione rispetto alla finestra. In compenso dimentica regolarmente il compleanno della moglie, le chiavi della macchina e dove abbia appoggiato gli occhiali cinque minuti prima.
È una curiosa gerarchia della memoria, ma profondamente umana.
Del resto, il cibo occupa nei nostri ricordi un posto privilegiato. Non ricordiamo soltanto ciò che abbiamo mangiato. Ricordiamo con chi eravamo, cosa stavamo vivendo, perfino la luce che entrava dalla finestra. Un piatto ben riuscito diventa una capsula del tempo. Basta sentirne il profumo, molti anni dopo, e una parte della nostra vita ritorna a sedersi accanto a noi con la naturalezza di un vecchio amico.
Forse è per questo che l'Esperto Assoluto difende la sua carbonara con tanto fervore. Non sta proteggendo una ricetta. Sta proteggendo un ricordo. E i ricordi, a differenza delle ricette non accettano correzioni.



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