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INTERVISTA a Suzette Monet

  • Immagine del redattore: Suzette Monet
    Suzette Monet
  • 6 giu
  • Tempo di lettura: 4 min

INTERVISTA

Nel suo saggio lei propone di leggere la gastronomia attraverso tre categorie: fire, flesh e feeling. Perché questo impianto è così importante oggi?

Questo impianto è importante perché restituisce alla gastronomia la sua dimensione umana completa. Per troppo tempo il discorso sul cibo si è limitato a una lettura strutturale, semiotica o sociologica, trascurando ciò che davvero muove l’esperienza alimentare: la memoria, il corpo, l’emozione. Con 'fire, flesh and feeling' ho voluto mostrare che il cibo non è solo oggetto di consumo o di analisi, ma una forma viva di relazione. È una grammatica culturale che include il calore, il sacrificio, la cura e la nostalgia.

Nel saggio il fuoco non è solo una tecnica di cottura, ma una tecnologia affettiva. Cosa intende?

Intendo che il fuoco è alla base della socialità umana tanto quanto della cucina. Intorno al fuoco non si cuoce soltanto: ci si riconosce, ci si raccoglie, si costruisce una comunità sensoriale ed emotiva. Il fuoco ha segnato l’inizio della trasformazione del cibo, ma anche della trasformazione della vita condivisa. Per questo credo che l’open-fire cooking affascini così tanto oggi: non richiama solo un gusto, ma un archetipo profondo di appartenenza.

La sua riflessione sulla carne è molto più ampia della questione vegetariana o carnivora. Qual è, per lei, il nodo centrale?

Il nodo centrale è l’ambivalenza. La carne obbliga a confrontarsi con la vita e con la morte, con il nutrimento e con la violenza, con il desiderio e con il senso di colpa. È il punto in cui la gastronomia incontra la sua dimensione etica più fragile e più vera. Non mi interessa ridurre tutto a una polarizzazione ideologica; mi interessa mostrare che ogni cultura deve trovare forme simboliche per rendere pensabile ciò che mangia. La carne, in questo senso, è una soglia morale oltre che materiale.

Nel testo lei introduce il concetto di 'gastronomic affect' . Come lo definirebbe in termini semplici?

Lo definirei come l’energia emotiva che un cibo porta con sé prima ancora di essere nominata. È quella reazione del corpo che precede il linguaggio: il profumo che apre un ricordo, il sapore che commuove, la consistenza che rassicura o disorienta. Il punto decisivo è che il cibo non veicola solo significati culturali, ma conserva e trasmette stati d’animo. In questo senso, ogni cucina è anche un archivio emotivo.

Nel saggio emergono memoria, perdita e migrazione come dimensioni essenziali dell’esperienza gastronomica. Perché?

Perché il cibo è uno dei modi più potenti con cui gli esseri umani resistono alla dispersione del tempo e dello spazio. Quando si migra, quando si perde una casa, quando si attraversa una frattura storica, il cibo diventa una forma di continuità. Non conserva soltanto una ricetta: conserva una voce, un gesto, un ritmo familiare. È per questo che un piatto può portare dentro di sé un peso affettivo enorme, fino a diventare quasi una forma di biografia.

Il suo saggio attraversa contesti molto diversi, da Oaxaca alla Sicilia, dal Sichuan alle cucine della diaspora. Cosa tiene insieme questi esempi?

Li tiene insieme una stessa intuizione: il cibo non è mai soltanto locale o universale, ma profondamente situato e insieme relazionale. Ogni cultura traduce in forme proprie il rapporto tra tecnica e sentimento, tra rituale e quotidianità, tra comunità e individuo. I casi che porto servono a mostrare che l’emozione gastronomica non è un’eccezione romantica, ma una struttura ricorrente dell’esperienza alimentare. Cambiano le forme, ma non la forza con cui il cibo organizza il legame umano.

Che cosa aggiunge il suo lavoro al dibattito contemporaneo sugli studi sul cibo?

Aggiunge la necessità di prendere sul serio ciò che spesso viene considerato secondario: l’intensità emotiva del mangiare. Gli studi sul cibo hanno prodotto analisi fondamentali su classe, potere, simboli, identità e modernità. Ma resta spesso in ombra la dimensione più sottile e più decisiva: ciò che il cibo fa sentire, ricordare, attraversare. Io credo che il futuro di questi studi passi anche da qui, da una teoria capace di tenere insieme intelletto e sensazione, struttura e intimità. Nel testo si avverte anche una forte dimensione personale.

Quanto conta la memoria familiare nella sua ricerca?

Conta moltissimo, ma non in senso aneddotico. La memoria familiare non è solo un’origine privata: è un metodo di conoscenza. La cucina del nonno, i gesti osservati da bambina, i profumi che si sono depositati nel corpo diventano strumenti per capire come funziona la cultura. La ricerca, quando è vera, non cancella l’esperienza vissuta; la trasforma in pensiero condivisibile. È proprio da questo passaggio che nasce l’autorevolezza di un discorso sul cibo.

Molti lettori percepiranno in questo saggio una voce molto distinta, colta ma anche incarnata. È una scelta consapevole?

Sì, perché credo che la scrittura sul cibo debba evitare sia il freddo tecnicismo sia il facile sentimentalismo. Il cibo merita una lingua precisa, capace di rigore e di profondità, ma anche di risonanza sensibile. Se la mia voce appare autorevole, spero che lo sia perché nasce da studio, ascolto, esperienza e responsabilità intellettuale. E anche perché non tratta il cibo come un semplice oggetto: lo considera una forma complessa di civiltà.

In una sola frase, che cosa vuole lasciare al lettore con questo saggio?

Che mangiare non è mai un gesto neutro: è un atto culturale, emotivo e relazionale che racconta ciò che siamo e ciò che abbiamo perduto.

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