top of page

Il pane è il primo linguaggio della condivisione

  • Immagine del redattore: Suzette Monet
    Suzette Monet
  • 13 lug
  • Tempo di lettura: 3 min


In ogni cucina che ho amato, a un certo punto, in cui il pane smette di essere un ingrediente e diventa un gesto. Non lo si mangia e basta: lo si spezza. E in quello spezzare con le mani, non con un coltello, perché il coltello è distanza e le mani sono contatto succede qualcosa che nessun altro alimento riesce a fare con la stessa naturalezza. Si diventa due, o quattro, o dieci, attorno a una cosa che un attimo prima era una sola.

Nella cucina di Parigi, quando arrivava un cliente nuovo, un fornitore, un amico di passaggio, il primo gesto non era mai una parola. Era il cestino del pane spinto verso il centro del tavolo. Ciò che succede tra due persone quando una offre pane a un'altra, non è nutrimento.ì: è fiducia dichiarata.


Nella storia dell'uomo, prima che esistessero i trattati, le firme, le strette di mano codificate, esisteva già questo: dividere il pane. Gli antichi Romani chiamavano cum panis, con il pane, chi condivideva la stessa tavola, e da lì, per una deriva linguistica che trovo commovente, è nata la parola "compagno". Compagno è letteralmente chi mangia il pane insieme a te. Non chi la pensa come te. Non chi ti somiglia. Chi ha spezzato lo stesso pane.

In Medio Oriente, offrire pane e sale a un ospite significa ancora oggi promettergli protezione: chi ha mangiato il tuo pane non può più esserti nemico, per un patto che è più antico di qualsiasi legge scritta. In India, il roti preparato in più per l'ospite inatteso non è cortesia formale, è dovere sacro; si dice che rifiutare di condividerlo porti sventura in casa. Gli ebrei spezzano la challah di Shabbat con le mani, mai con il coltello, perché il ferro è associato alla guerra e quel pane, quel momento, deve restare puro da ogni idea di separazione violenta. In Etiopia l'injera diventa piatto, tovaglia e cibo insieme: si mangia tutti dalla stessa superficie, le mani che si sfiorano nello stesso spazio, ed è fisicamente impossibile mangiare in silenzio, distanti, ognuno per sé.

Il pane, ovunque, sembra portare scritta la stessa istruzione muta: non sei venuto per mangiare da solo.


È qui che l'emotivogastronomia trova uno dei suoi terreni più fertili. Quando dico che il cibo è un linguaggio emotivo prima ancora che nutrizionale, il pane è forse l'esempio più puro che conosco, perché nella sua semplicità (farina, acqua, un po' di tempo, a volte niente lievito, solo pazienza) non lascia spazio a distrazioni. Non ha la teatralità di un piatto elaborato. Ha solo la sua onestà, e questa onestà lo rende un dispositivo relazionale perfetto: non impressiona, include.

Ricordo ancora, in quella cucina parigina, come cambiava il tono della stanza nel momento in cui il pane veniva posato al centro. Le voci si abbassavano, per una specie di raccoglimento. Era come se tutti, inconsapevolmente, riconoscessero che stava per succedere qualcosa che riguardava non solo lo stomaco, ma l'appartenenza. Il pane, in questo senso, non si mangia: si abita insieme.

E quando manca, quando qualcuno a tavola non ne prende, o lo rifiuta, o mangia in disparte lo si sente, prima ancora di capirlo. È una frattura minima ma percepibile, perché il pane funziona come un test invisibile di quanto, in quella stanza, ci si senta davvero parte di qualcosa.


Quello che mi affascina di più, pensandoci ora, è che il pane non ha quasi mai una ricetta segreta da difendere gelosamente. Si tramanda. Si insegna alla vicina, alla nuora, all'amica che passa. Perché il pane, a differenza di tanti piatti che diventano orgoglio personale, sembra sapere fin dall'inizio che il suo destino non è restare nelle mani di chi lo ha fatto. Il suo destino è essere spezzato da qualcun altro.

Forse è per questo che, in ogni casa che ho conosciuto, il pane non è mai stato solo cibo per la nostra famiglia. Era il modo in cui si diceva, senza dirlo: tu sei dei nostri.

E allora lo chiedo a voi, che leggete: qual è stato, nella vostra famiglia, l'alimento della condivisione? Quello che veniva spinto al centro del tavolo senza bisogno di essere annunciato, quello la cui assenza si sarebbe notata più di ogni parola mancata. Non deve essere il pane. Può essere una minestra, un dolce del sabato, un piatto che si faceva sempre in più per chi sarebbe potuto arrivare. Raccontatemelo;mi interessa sapere quale grammatica avete imparato, senza saperlo, prima ancora di imparare a parlare.

 
 
 

Commenti


bottom of page