Il pane che ci ha aspettato
- Suzette Monet

- 26 giu
- Tempo di lettura: 2 min

Grano duro, fuoco antico, una frazione di Bagnara Calabra.
Appena fuori dall'uscita dell'autostrada per Bagnara, la strada si restringe e l'asfalto sembra ricordarsi di essere stato, prima di tutto, terra battuta. È lì che l'abbiamo sentito. Non visto: sentito. Il pane, prima di mostrarsi, si annuncia. Ha un modo di entrare nell'aria che nessuna insegna potrebbe mai sostituire.
Abbiamo seguito l'odore come si segue una voce familiare in una stanza piena di gente e ci ha portato in una frazione che non troverete su nessuna guida patinata, davanti a un forno che esiste, credo, da prima ancora che esistessero le parole giuste per descriverlo. La porta era bassa. Il calore usciva da lì come da una bocca che respira.
Dentro, la legna ardeva con quella pazienza che il gas non conoscerà mai. Il fornaio sfornava ciabatte di grano duro su una pala lunga quanto un ricordo d'infanzia. Il pane appena uscito dal forno è, per qualche minuto, una cosa viva, che respira e si assesta. Ho rotto la ciabatta con le mani: certe cose vanno aperte come si apre una lettera importante, senza fretta, senza strumenti che mettano distanza.
Il primo boccone è stato un boccone soglia nel senso più puro che conosco: un prima e un dopo. Prima, conoscevo il pane come lo conosce chiunque sia cresciuto tra panetterie di città, gomma morbida sotto una crosta che finge di essere croccante. Dopo, ho saputo cos'è la semola di grano duro quando incontra il fuoco vero:la consistenza densa, quasi ostinata, che resiste un istante prima di cedere, e che lascia in bocca un retrogusto di campo arso dal sole, di paglia, di qualcosa che assomiglia vagamente al miele ma non lo è e meno male, perché il miele a me è proibito, e in quell'istante ho benedetto la sorte per avermi dato un'allergia che non riguarda il grano.
In questo pane convivono due verità opposte, che si tengono per mano. La crosta è quasi violenta: scura, spaccata, ruvida come una mano di contadino. La mollica, invece, è gialla, porosa, accogliente; un interno che perdona tutto ciò che l'esterno ha promesso di non concedere. Durezza e accoglienza nello stesso morso. Non è un difetto di cottura: è la trama del pane vero, quella che il pane industriale ha smesso di parlare da decenni.
Il pane è il più sincero dei cibi perché non può mentire sulla propria cottura: o ha preso fuoco vero, o non l'ha preso, e la crosta lo confessa sempre. Ho mangiato quella ciabatta sulla strada, ancora con le briciole sulle dita e il mare di Bagnara che si indovinava in lontananza. Mi bastava stare lì, in silenzio, e masticare.
Non tutto il pane che mangiamo merita di essere ricordato. Questo sì. Perché certi forni a legna non cuociono soltanto farina e acqua: cuociono il tempo, lo addensano, lo rendono masticabile. E in una frazione senza nome, dietro una porta bassa, qualcuno continua a fare ciò che si faceva prima che il pane diventasse un prodotto quando era, semplicemente, un gesto d'amore quotidiano verso chi avrebbe avuto fame.
Il pane vero non si descrive. Si ascolta, mentre si rompe



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