Il mio nuovo saggio. Spoiler
- Suzette Monet

- 21 lug
- Tempo di lettura: 41 min
PREFAZIONE
Questo non è uno di quei tanti libri che nascono da una grande idea.
Nasce da una serie di piccoli dubbi che, invece di diminuire con il passare degli anni, hanno avuto la pessima abitudine di moltiplicarsi. Il primo è arrivato molto tempo fa, anche se allora non gli diedi alcuna importanza.
Ero seduta a tavola con alcune persone che non si conoscevano tra loro. Succede spesso: basta un compleanno, una ricorrenza o un'amica convinta di avere un talento naturale nel combinare persone incompatibili. All'inizio la conversazione procedeva con quella cautela tipica degli sconosciuti: il tempo, il traffico, il vino, il pane. Argomenti innocui, scelti con la prudenza di chi non vuole rovinare la serata prima ancora che arrivino gli antipasti.
Poi qualcuno portò in tavola una teglia di lasagne e da quel momento non parlò più nessuno delle lasagne.
Si cominciò a parlare della madre che le preparava ogni domenica. Di una nonna che sosteneva che il ragù dovesse cuocere almeno quattro ore, «altrimenti è solo carne stanca». Di un padre convinto che la besciamella fosse un'invenzione del demonio. Di un pranzo di Natale finito con due fratelli che non si rivolsero la parola per mesi a causa dell'ultimo pezzo di crosta, che entrambi sostenevano di aver lasciato all'altro per pura generosità.
Nel giro di pochi minuti, quella teglia fumante era diventata un album di famiglia. Nessuno stava più descrivendo un piatto.Tutti stavano raccontando una parte della propria vita.
Fu allora che cominciai a sospettare una cosa che, negli anni, avrebbe continuato a rincorrermi con ostinazione: forse il cibo era il peggior bugiardo che avessi mai conosciuto. Faceva finta di essere il protagonista, in realtà era soltanto un pretesto.
Il vero protagonista eravamo noi, con le nostre nostalgie, le nostre manie, le ricette tramandate come se fossero documenti segreti, le discussioni infinite sulla cottura della pasta e quella singolare convinzione, tutta italiana, che ogni famiglia custodisca l'unica versione autentica di qualunque piatto esista sulla faccia della terra.
Da allora ho iniziato a osservare le persone in un modo diverso. Non mi interessava tanto quello che mettevano nel piatto, mi incuriosiva il modo in cui lo facevano: c'era chi spezzava il pane con una delicatezza quasi religiosa e chi lo tagliava con la decisione di un boscaiolo; chi assaggiava tutto prima ancora di aggiungere il sale e chi salava automaticamente qualsiasi cosa, senza sapere se ce ne fosse bisogno; chi cucinava per il piacere di stare insieme e chi, invece, trasformava ogni pranzo in un esame da superare con il massimo dei voti.
Ogni tavola sembrava raccontare una storia diversa e, senza rendermene conto, io avevo smesso di studiare il cibo: stavo studiando gli esseri umani.
Molti anni dopo avrei dato un nome a questo modo di guardare il mondo: Emotivogastronomia, ma quando tutto ebbe inizio quel nome ancora non esisteva. Esisteva soltanto una domanda: perché, ogni volta che ci sediamo a tavola, finiamo sempre per servire anche una parte di noi stessi?
Forse è proprio questa domanda che mi ha accompagnata fino a queste pagine e, se ho deciso di scrivere questo libro, non è perché penso di avere tutte le risposte. È perché, dopo anni passati ad ascoltare le storie che il cibo racconta senza parlare, ho capito che valeva la pena condividerle.
Le emozioni sono come certi piatti riusciti bene, hanno una strana capacità: non si limitano a nutrire, ma restano. Scrivere questo libro, però, mi ha creato un problema che non avevo previsto. È molto difficile parlare di cibo senza che qualcuno pensi immediatamente alle ricette.
È un riflesso quasi inevitabile. Dici "cucina" e c'è sempre qualcuno che ti domanda quante uova metti nella carbonara, quanto deve cuocere il ragù o se il soffritto si prepara con il burro oppure con l'olio. Domande legittime, per carità, solo che io, ogni volta, mi ritrovo a rispondere in modo un po' deludente.
Dipende.
È una risposta che irrita moltissimo chi ama le certezze, ma la vita, purtroppo, non ha mai avuto una particolare simpatia per le istruzioni per l'uso.
Dipende da chi cucina, per chi si cucina, dipende da quel giorno.
Perfino una semplice minestra può cambiare carattere. Preparata in una sera d'inverno, quando fuori piove e in casa c'è qualcuno che ti aspetta, racconta una storia. La stessa minestra, mangiata da soli dopo una giornata storta, ne racconta un'altra. Gli ingredienti sono identici, a cambiare siamo noi.
È stata questa ostinata constatazione a spingermi verso gli studi che, molti anni dopo, avrebbero preso il nome di Emotivogastronomia. Non cercavo una nuova teoria sul cibo, cercavo un modo per capire perché due persone, davanti allo stesso piatto, vivono esperienze completamente diverse. La risposta non era nel piatto.
Era seduta a tavola.
Col tempo ho imparato a riconoscere piccoli segnali che prima mi sfuggivano. Sono dettagli minuscoli, quasi invisibili, eppure raccontano moltissimo. C'è chi arriva in una casa e, prima ancora di togliersi il cappotto, chiede: «Posso dare una mano?»; c'è chi apre il frigorifero con la naturalezza di chi è cresciuto lì dentro e chi, invece, non lo farebbe neppure dopo vent'anni di amicizia; c'è chi assaggia il sugo direttamente dal cucchiaio di legno e chi cambierebbe cucchiaio ogni volta, come se la pentola fosse una sala operatoria.
Mi piace osservare queste cose, ma non per giudicarle: per capirle.
Perché ho la convinzione, forse un po' ostinata, che la cucina sia uno dei pochi luoghi in cui gli esseri umani abbassano davvero la guardia. Possiamo recitare una parte in ufficio, durante una riunione o a una cena di rappresentanza, ma è difficile fingere davanti a una pentola che trabocca, a un pane che non lievita o a un dolce che si affloscia proprio quando arrivano gli ospiti.
La cucina ci assomiglia molto più di quanto siamo disposti ad ammettere: è disordinata nei giorni difficili, è allegra quando abbiamo qualcosa da festeggiare, è silenziosa quando ci manca qualcuno e qualche volta resta perfino vuota, non perché non ci sia niente da mangiare, ma perché non abbiamo fame di cibo.
Abbiamo fame di altro.
Ed è stata proprio questa frase, un pomeriggio, a fermarmi. Avevo scritto: Abbiamo fame di altro. La rilessi, poi chiusi il quaderno e rimasi un attimo in silenzio.
Per la prima volta mi sembrò che tutte le osservazioni raccolte negli anni, tutti gli appunti presi ai margini di un libro, tutte le conversazioni ascoltate nei mercati, nelle cucine, nelle trattorie, nelle case di amici e perfino negli aeroporti, stessero cercando di dirmi la stessa cosa: passiamo una parte della vita a credere di avere fame di pane, di pasta, di cioccolato o di un buon piatto di spaghetti; poi arriva un giorno in cui capiamo che, molto spesso, stavamo cercando conforto oppure un ricordo o una presenza o una voce o una casa.
Il cibo era soltanto il modo che avevamo trovato per cercarli.
Per molto tempo ho pensato che questa fosse una scoperta personale, una di quelle intuizioni che appartengono soltanto a chi passa troppe ore a osservare dettagli che gli altri considerano insignificanti, poi ho iniziato a parlarne con le persone ed è successo qualcosa che non mi aspettavo: quasi tutti avevano una storia da raccontare. Non una storia sul cibo, ma una storia attraverso il cibo.
Era come se bastasse pronunciare il nome di un piatto per aprire una porta che nessuno aveva intenzione di aprire fino a quel momento.
«La torta di mele? Mi ricorda mia madre.»
«Il brodo? Lo preparava mio padre quando ero malato.»
«Il pane fatto in casa? Mia nonna lo impastava la domenica mattina.»
Ogni volta mi colpiva la stessa cosa: nessuno raccontava mai soltanto il sapore, raccontava un momento, un luogo, una persona, una sensazione. Il profumo della cucina mentre fuori nevicava, il rumore delle posate su una tavola apparecchiata per Natale, la voce di qualcuno che non c'è più e che, per un istante, sembra tornare proprio attraverso un gesto semplice: tagliare una fetta di torta, riempire un bicchiere, mettere un piatto in più sulla tavola.
È curioso il modo in cui funziona la memoria. Crediamo di conservare i grandi avvenimenti della nostra vita, ma spesso sono le cose più piccole a resistere meglio al tempo. Non ricordiamo necessariamente cosa abbiamo mangiato in una certa giornata, ma ricordiamo chi era seduto accanto a noi, ricordiamo una frase, un sorriso, una tovaglia, una finestra aperta. Ricordiamo un profumo che, dopo vent'anni, improvvisamente torna e ci riporta in un luogo dove pensavamo di non poter più entrare. Forse è per questo che il cibo ha un potere così particolare; non perché sia soltanto buono, ma perché è capace di attraversare il tempo.
Un piatto può contenere un passato che non abbiamo più, può custodire persone che non possiamo più abbracciare, può riportarci, per qualche minuto, in una stanza che non esiste più. Ed è una cosa straordinaria anche se, naturalmente, noi esseri umani riusciamo a complicare perfino questo perché abbiamo trasformato il gesto più semplice del mondo (nutrirci) in una specie di campo di battaglia.
Abbiamo inventato guerre tra chi mette l'ananas sulla pizza e chi considera questa scelta una violazione dei diritti fondamentali dell'uomo. Abbiamo creato discussioni infinite sul modo corretto di preparare un caffè, come se da una moka troppo piena o da una schiuma montata male dipendesse l'equilibrio dell'universo. Abbiamo famiglie che non si parlano da anni perché qualcuno ha cambiato la ricetta del ragù. E, cosa ancora più incredibile, continuiamo a definire queste cose "sciocchezze".
Ma non lo sono. Dietro ogni piccola guerra culinaria c'è qualcosa di più profondo.
Quando difendiamo una ricetta, spesso non stiamo difendendo un ingrediente, stiamo difendendo un ricordo. Quando diciamo "la vera carbonara si fa così", qualche volta non stiamo parlando soltanto di guanciale, uova e pecorino, ma stiamo dicendo: "Questo è il modo in cui io ho imparato ad amare quel piatto." E questa è una cosa molto diversa, perché il gusto non nasce soltanto sulla lingua: nasce nella nostra storia, nei luoghi che abbiamo abitato, nelle persone che ci hanno insegnato qualcosa, nei momenti in cui abbiamo avuto bisogno di essere consolati o festeggiati.
Il gusto è una memoria che ha trovato una casa nel nostro corpo.Quando ho iniziato a studiare questo rapporto profondo tra alimenti ed emozioni, mi sono resa conto che mancava qualcosa nel modo in cui parlavamo di cibo. Avevamo imparato a descrivere un ingrediente, a valutarne la qualità, a raccontare una tecnica, a giudicare un piatto. Ma avevamo dimenticato una domanda essenziale: Che cosa succede dentro di noi mentre mangiamo? Non soltanto al palato. Dentro.
Quale ricordo si accende? Quale emozione arriva? Quale parte della nostra storia si siede insieme a noi a tavola? Da queste domande è nato il percorso che mi ha portata alla creazione dell'Emotivogastronomia. Un nome lungo, curioso, difficile da pronunciare la prima volta. Ma anche le cose importanti, qualche volta, hanno bisogno di tempo per trovare il loro posto.
L'Emotivogastronomia studia il rapporto tra il cibo e il mondo emotivo dell'essere umano. Non cerca soltanto di capire perché un alimento ci piace. Cerca di comprendere perché quel determinato alimento, in quel determinato momento della nostra vita, può diventare qualcosa di molto più grande. Perché una mela non è sempre soltanto una mela. Un pezzo di pane non è sempre soltanto pane. Una tazza di tè può essere una conversazione mai dimenticata. Un piatto di pasta può essere un ritorno a casa. Una ricetta può essere una lettera d'amore scritta con ingredienti semplici.
Naturalmente, come accade spesso quando si cerca di osservare qualcosa da una prospettiva nuova, la prima reazione delle persone è stata una domanda molto semplice:
«Ma quindi… è una scienza?»
La domanda mi fa sempre sorridere, perché contiene già una piccola contraddizione. Da una parte abbiamo una grande fiducia nella scienza, nei suoi strumenti, nelle sue misurazioni, nella sua capacità di spiegare il mondo. Dall'altra, quando si parla di ciò che proviamo davanti a un piatto di pasta preparato come lo faceva nostra madre, diventiamo improvvisamente scettici, come se le emozioni fossero qualcosa di troppo delicato per essere osservato; come se il ricordo di un profumo, il conforto di una minestra o la felicità davanti a una torta appena sfornata appartenessero soltanto alla poesia e non anche alla conoscenza.
Io credo esattamente il contrario. Le emozioni non sono un elemento decorativo della nostra vita: sono una parte fondamentale del modo in cui interpretiamo il mondo. Prima ancora di capire razionalmente qualcosa, spesso la sentiamo.
Un bambino non sa spiegare perché il profumo di una certa cucina lo tranquillizzi. Non conosce il funzionamento della memoria, dei sensi, delle associazioni emotive, sa soltanto che quella sensazione gli è familiare, che in quel luogo si sente al sicuro. Con gli anni impariamo a dare nomi alle cose, ma il corpo spesso le ha già comprese.
È questa la ragione per cui l'Emotivogastronomia non nasce dalla nostalgia del passato, anche se il passato ha un ruolo importante. Non è un tentativo di idealizzare il tempo in cui le nonne cucinavano e tutto, nella memoria, sembrava più autentico, più lento, più buono. La memoria è una cuoca molto abile. A volte aggiunge un pizzico di zucchero anche dove non ce n'era bisogno. Ci fa ricordare alcune domeniche come perfette, quando probabilmente qualcuno in cucina stava bruciando l'arrosto, un bambino piangeva sotto il tavolo e almeno una persona dichiarava che non avrebbe mai più invitato nessuno a pranzo. Eppure, anni dopo, quel pranzo diventa "uno dei più belli della mia vita".
Perché? Perché non ricordiamo soltanto ciò che è accaduto: ricordiamo ciò che ha significato per noi. Questa è forse la cosa più affascinante del rapporto tra cibo ed emozioni: un piatto non ha un significato universale, un sapore può essere una gioia per qualcuno e un dolore per un altro; una ricetta può rappresentare una festa per una persona e un periodo difficile per un'altra; lo stesso profumo può aprire una porta verso un ricordo felice oppure verso una ferita che non si è ancora completamente chiusa.
Il cibo non porta con sé soltanto ingredienti: porta storie. Per questo ho sempre trovato curioso il modo in cui giudichiamo ciò che mangiamo. Parliamo spesso di gusto come se fosse qualcosa di oggettivo.
"Questo piatto è buono."
"Questo piatto è cattivo."
"Questo ingrediente non mi piace."
Ma il gusto, in realtà, è una conversazione tra ciò che abbiamo davanti e ciò che abbiamo dentro. Un bambino che rifiuta un alimento non sta necessariamente dicendo soltanto "non mi piace il sapore". Sta dicendo altro: quel colore gli ricorda qualcosa o quella consistenza gli è estranea o, più semplicemente, non è ancora pronto a incontrarlo.
Anche gli adulti fanno la stessa cosa, soltanto con parole più elaborate. Diciamo:
"Non è il mio genere."
"Non fa per me."
"Non lo mangerei mai."
Ma quante volte dietro una scelta alimentare c'è una storia che non conosciamo? Quante volte una preferenza nasce da un momento della nostra vita? Quante volte diciamo di non amare qualcosa soltanto perché nessuno ce l'ha mai offerto nel modo giusto?
Sono domande che sembrano appartenere alla cucina, ma in realtà riguardano il modo in cui incontriamo il mondo.
Ho dedicato molti anni allo studio, all'osservazione e alla ricerca intorno al cibo e alla cultura gastronomica, ma la cosa più importante che ho imparato non è scritta in nessun ricettario. Ho imparato che la tavola è uno dei pochi luoghi dove l'essere umano continua ancora a raccontarsi senza rendersene conto. Possiamo cambiare città, lavoro, abitudini. Possiamo persino raccontare agli altri una versione diversa di noi stessi, ma prima o poi arriva un momento in cui ci sediamo davanti a qualcosa da mangiare e alcuni gesti tornano: il modo in cui spezziamo il pane, il modo in cui teniamo la forchetta, il modo in cui assaggiamo prima di servire gli altri, il modo in cui prepariamo troppo cibo perché, in fondo, l'idea che qualcuno possa arrivare all'improvviso ci rende felici.
Sono questi dettagli apparentemente insignificanti che raccontano chi siamo ed è proprio lì che nasce il sorriso.
Se c'è una cosa che ho scoperto osservando il mondo della cucina è che noi esseri umani siamo creature meravigliosamente complicate. Siamo capaci di passare ore a scegliere il ristorante perfetto per una cena importante e poi litigare con il nostro partner perché nessuno ha comprato il pane. Prepariamo dolci elaboratissimi per dimostrare affetto e poi diciamo "non è venuto bene" anche quando tutti ci chiedono la ricetta. Invitiamo persone a cena e sosteniamo di non voler fare nulla di speciale, salvo trasformare la cucina in un laboratorio gastronomico degno di una competizione internazionale.
E’ proprio questa la nostra bellezza: la contraddizione. Il fatto che dietro un gesto semplice ci sia sempre qualcosa di più grande: una fame nascosta, non sempre di cibo.
È questa la ragione per cui ho voluto scrivere un libro che fosse serio senza essere pesante, profondo senza diventare solenne, capace di parlare di cultura gastronomica e di ricerca senza perdere il piacere della leggerezza.
Perché il cibo, in fondo, ha sempre avuto anche un lato comico. Basta osservare con attenzione una famiglia riunita intorno a una tavola per rendersene conto. Ogni famiglia possiede una propria piccola mitologia gastronomica.
Ci sono persone convinte di preparare il caffè migliore del mondo e che guardano con sospetto qualsiasi altra moka come se fosse un esperimento scientifico fallito; ci sono coloro che custodiscono una ricetta scritta su un foglio ormai consumato, con macchie di olio e farina, e la trattano con più rispetto di un documento antico; ci sono quelli che sostengono di non essere capaci di cucinare e poi preparano, senza rendersene conto, il piatto che tutti aspettano da anni.
E poi ci sono quelli che dicono la frase più pericolosa di tutte: «Faccio una cosa semplice.»
Bisognerebbe avere molta prudenza davanti a questa frase. Nella maggior parte dei casi non significa affatto che sarà una cosa semplice, significa che qualcuno passerà il pomeriggio in cucina, sporcherà almeno metà delle pentole disponibili, controllerà la cottura ogni sette minuti e, quando finalmente porterà il piatto in tavola, dirà con falsa modestia:
«Non è venuto proprio come volevo.»
Naturalmente sarà il piatto migliore della serata: è uno dei grandi misteri dell'umanità. Le persone che cucinano bene spesso chiedono scusa per quello che hanno preparato; quelle che cucinano male, invece, sembrano avere una fiducia incrollabile nelle proprie capacità. La cucina è anche questo: un piccolo teatro dove ognuno interpreta il proprio ruolo.
C'è chi ama nutrire, chi ama stupire, chi ama essere ricordato,chi cucina per dimostrare qualcosa, chi cucina per dimenticare qualcosa. E chi cucina semplicemente perché, mentre taglia una cipolla o mescola una salsa, per qualche minuto il mondo sembra avere un ordine più comprensibile. Questo è il motivo per cui così tante persone cercano rifugio in cucina nei momenti difficili.
Quando la vita fuori sembra confusa, una pentola sul fuoco offre una promessa rassicurante: se metti insieme gli ingredienti giusti, se aspetti il tempo necessario, se hai pazienza, qualcosa alla fine prenderà forma.
Peccato che con gli esseri umani non funzioni sempre così. Possiamo seguire una ricetta alla perfezione e ottenere un risultato completamente diverso da quello immaginato; possiamo scegliere con cura gli ingredienti e dimenticare proprio quello più importante; possiamo avere davanti il piatto più raffinato del mondo e non riuscire ad apprezzarlo perché il nostro pensiero è altrove. Ed è proprio qui che il cibo ci insegna qualcosa sulla vita.
Non basta avere gli ingredienti giusti, serve il momento giusto. Servono attenzione e presenza.
Quando ho iniziato a mettere ordine nei miei studi e nelle mie riflessioni, mi sono resa conto che il rapporto tra alimenti ed emozioni era molto più complesso di quanto avessi immaginato.
Non si trattava soltanto di dire: "Questo cibo mi ricorda qualcosa." Era qualcosa di più profondo: ogni alimento porta con sé una storia culturale, un significato simbolico, un insieme di esperienze individuali e collettive.
Il pane, in molte culture, non è mai stato soltanto pane: è stato condivisione, sopravvivenza, rispetto, lavoro, accoglienza. Il vino non è soltanto una bevanda: è festa, rituale, incontro. Il cioccolato può essere piacere, consolazione, regalo, ricompensa. La tavola stessa non è soltanto un mobile: è uno spazio umano, un luogo dove si sono firmati accordi, celebrate nascite, raccontate storie, affrontati silenzi, costruite amicizie.
Per questo l'Emotivogastronomia guarda al cibo non soltanto attraverso il gusto, ma attraverso tutto ciò che il cibo rappresenta. È un incontro tra cultura, memoria, percezione sensoriale ed emozione; è il tentativo di comprendere quella strana alchimia per cui un semplice profumo può riportarci indietro di decenni, mentre un piatto preparato con grande tecnica può lasciarci completamente indifferenti.
Alla fine c'è una domanda che torna sempre: perché alcuni sapori ci entrano nella vita e altri semplicemente passano? La risposta non è soltanto nel cibo: è nella storia che noi portiamo a tavola ed è questa storia che vorrei raccontare nelle pagine che seguono.
Non una storia di ricette perfette, non una celebrazione della cucina come qualcosa di distante e irraggiungibile, ma una storia fatta di persone vere. Di errori, di risate, di piatti riusciti e di piatti dimenticati, di tavole apparecchiate con cura e di cene improvvisate mangiate in piedi.
La cucina più interessante non è quella senza difetti, ma è quella in cui è successo qualcosa: un incontro, una sorpresa, un ricordo, una risata, una discussione che anni dopo diventa un aneddoto divertente, un gesto piccolo che, senza che nessuno lo abbia deciso, rimane nella memoria.
E’ proprio questa la cosa più importante che ho imparato: non ricordiamo soltanto ciò che abbiamo mangiato, ricordiamo come ci siamo sentiti mentre lo mangiavamo, perché anche le emozioni, proprio come noi, hanno bisogno di nutrirsi e spesso trovano il loro posto preferito proprio lì: a tavola.
C'è un'altra cosa che ho imparato negli anni, ed è quella che mi ha sorpreso di più: le persone non raccontano mai veramente le proprie ricette, ma raccontano il motivo per cui quelle ricette esistono.
Quando qualcuno mi dice: «Questa è la ricetta della mia famiglia», quasi mai sta parlando soltanto di ingredienti e procedimenti, sta parlando di un tempo in cui le persone erano diverse o, più semplicemente, di un tempo in cui lui o lei era diverso. Ogni ricetta è anche una piccola macchina del tempo. Ha il potere di riportarci in una cucina che non esiste più, davanti a un tavolo che non abbiamo più, accanto a persone che magari non possono più sedersi con noi. Eppure basta un profumo, un rumore, un gesto e per un istante tutto ritorna.
È una delle forme più misteriose della memoria umana. Non abbiamo bisogno di cercare un ricordo: a volte è il ricordo a cercare noi. Arriva mentre tagliamo un pomodoro, mentre sentiamo il profumo del pane appena sfornato passando davanti a un forno, mentre assaggiamo una salsa e, senza sapere perché, ci fermiamo un secondo in più con il cucchiaio in mano. Quel secondo è prezioso: è il momento in cui il presente incontra il passato.
Ho sempre avuto una certa diffidenza verso l'idea che il cibo sia soltanto una questione di nutrizione. Naturalmente il cibo nutre il nostro corpo, è una verità semplice e fondamentale, ma fermarsi lì significa raccontarne soltanto una parte. Sarebbe come guardare un libro e dire che è soltanto carta e inchiostro. Tecnicamente non sarebbe sbagliato, ma avremmo perso tutto il resto. Avremmo perso la storia, le parole, le emozioni che quelle pagine possono suscitare.
Con il cibo accade qualcosa di simile. Un alimento è materia, certo, ma è anche linguaggio. Un linguaggio che abbiamo imparato molto prima di imparare a parlare. Prima ancora di dire "ti voglio bene", qualcuno ci ha preparato qualcosa da mangiare; prima ancora di capire il significato della parola "casa", abbiamo riconosciuto un profumo; prima ancora di sapere cosa fosse la nostalgia, abbiamo sentito la mancanza di un sapore.
Però c'è un piccolo paradosso. Viviamo in un'epoca in cui parliamo continuamente di cibo: lo fotografiamo, lo commentiamo, lo giudichiamo, lo trasformiamo in spettacolo. Abbiamo più immagini di piatti che mai nella storia dell'umanità, ma qualche volta rischiamo di dimenticare il motivo per cui quei piatti sono importanti.
Ci concentriamo sull'apparenza e perdiamo il racconto. Guardiamo la perfezione e dimentichiamo la relazione. Cerchiamo il piatto straordinario e rischiamo di non accorgerci della persona seduta davanti a noi. Non è una critica alla cucina contemporanea, al contrario. Amo la ricerca, la creatività, il talento di chi trasforma un ingrediente semplice in qualcosa di sorprendente, ma credo che ogni evoluzione abbia bisogno di una domanda essenziale:
Per chi stiamo cucinando?
La cucina, prima ancora di essere tecnica, è relazione.Un grande chef può creare un piatto memorabile, ma anche una persona che prepara una zuppa semplice per qualcuno che ama sta compiendo un gesto straordinario. La differenza non è nella complessità: è nell'intenzione.
Questa è la ragione per cui ho sempre amato osservare le cucine più delle sale da pranzo.
La sala da pranzo mostra il risultato, la cucina racconta il percorso: è lì che accadono le cose vere, è lì che si assaggia di nascosto, è lì che si corregge un errore all'ultimo momento, è lì che qualcuno dice: «Secondo me manca qualcosa», e un'altra persona risponde: «No, va bene così».
È lì che nascono piccole discussioni che sembrano riguardare il sale e invece riguardano il modo diverso che abbiamo di vedere il mondo. Cucinare insieme significa anche imparare a convivere con un'altra sensibilità: c'è chi segue la ricetta parola per parola, chi non ne segue mai una, chi pesa tutto, chi va ‘a occhio’ e chi assaggia e modifica continuamente.
C'è chi considera il cucchiaio di legno un semplice utensile e chi, come alcune persone che ho incontrato nella mia vita, sembra considerarlo quasi un'estensione della propria mano, un oggetto capace di custodire gesti, abitudini e ricordi. Io appartengo a quella categoria di persone che ha sempre pensato che dietro ogni gesto culinario ci fosse una domanda nascosta. Perché facciamo così? Perché questa ricetta è importante? Perché questo profumo ci emoziona? Perché alcune persone cucinano quando sono felici e altre quando sono tristi?Perché, nei momenti più importanti della nostra vita, quasi sempre compare una tavola?
Sono domande semplici, ma spesso sono proprio le domande semplici quelle che ci accompagnano più lontano.
Questo libro nasce da qui: dal desiderio di guardare il cibo con occhi nuovi, con la curiosità dello studioso, ma anche con il sorriso di chi sa che noi esseri umani siamo capaci delle più grandi contraddizioni. Possiamo passare una giornata intera a cercare l'ingrediente perfetto e poi dimenticare dove abbiamo messo le chiavi. Possiamo organizzare una cena per quindici persone e scoprire mezz'ora prima che manca proprio quello che serviva. Possiamo dichiarare di voler preparare "solo qualcosa di veloce" e ritrovarci, qualche ora dopo, circondati da pentole, ciotole e almeno tre ricette aperte contemporaneamente.
E forse va bene così.
La cucina, come la vita, non è mai completamente sotto controllo. È fatta di imprevisti, di correzioni, di tentativi, di errori che qualche volta diventano la parte migliore della storia.
Ho sempre pensato che gli errori in cucina avessero una cattiva reputazione: li trattiamo come piccoli fallimenti da nascondere, come se ogni piatto non riuscito fosse una dichiarazione di incapacità. Ma se c'è una cosa che la cucina insegna è proprio il contrario. La cucina è il luogo dove impariamo che sbagliare non significa necessariamente rovinare qualcosa, a volte significa scoprire qualcosa: una salsa nata da una distrazione, un ingrediente aggiunto per necessità, una ricetta modificata perché mancava quello che serviva. Quante preparazioni amate sono nate proprio così? Quante tradizioni che oggi difendiamo con assoluta convinzione sono iniziate da qualcuno che, semplicemente, aveva a disposizione ciò che aveva?
La creatività nasce spesso da un piccolo inconveniente: è l'arte di trasformare un problema in una possibilità; una qualità che, a pensarci bene, serve molto più in cucina che in molti altri luoghi perché davanti a una pentola che non va come dovrebbe non puoi fare un discorso motivazionale. Non puoi convincere il sugo ad avere pazienza, o spiegare al soufflé che sarebbe un momento poco opportuno per abbassarsi proprio quando arrivano gli ospiti.
Devi fare i conti con la realtà. Ed è questa una delle lezioni più sincere della cucina: accettare ciò che accade e provare comunque a creare qualcosa di buono.
È anche per questo che ho voluto dare a questo libro un tono diverso.
Avrei potuto scrivere un testo soltanto teorico, avrei potuto raccogliere studi, analisi, riflessioni sul rapporto tra alimentazione ed emozioni. Sono argomenti importanti, e continueranno ad avere il loro spazio, ma sentivo che mancava qualcosa: mancava il sorriso, perché la conoscenza senza umanità rischia di diventare fredda e il cibo, più di qualsiasi altro elemento della nostra vita quotidiana, non sopporta la freddezza.
Il cibo vuole partecipazione, vuole storie, vuole persone, vuole perfino qualche errore.
Una tavola perfetta, senza una macchia, senza un'imprecisione, senza un momento imprevisto, potrebbe essere elegante, ma difficilmente sarebbe memorabile. Le tavole che ricordiamo sono spesso quelle dove è successo qualcosa: un ospite arrivato senza preavviso, un piatto venuto meglio del previsto, una risata improvvisa, una conversazione nata per caso, un bambino che ha rovesciato il bicchiere e ha trasformato un piccolo disastro in una storia raccontata per anni.
Il vero ingrediente segreto di ogni cucina non è un alimento: è la presenza, essere davvero lì.
Sembra una cosa semplice, ma oggi è diventata quasi una forma di lusso. Mangiamo spesso di fretta, cuciniamo mentre rispondiamo a messaggi, prepariamo la cena pensando già al giorno dopo. Siamo davanti a un piatto, ma con la mente altrove.
Il cibo ci chiede una cosa molto antica: fermarci. Non per sempre, solo per il tempo necessario a sentire. Sentire il profumo, la consistenza, il sapore. Ma soprattutto sentire quello che accade dentro di noi: quella piccola emozione che arriva prima ancora di riuscire a darle un nome.
Quando ho iniziato a definire il percorso dell'Emotivogastronomia, mi sono resa conto che la parola più importante non era "gastro", era "emotivo". Prima ancora di essere consumatori, siamo esseri umani; prima di scegliere un alimento, abbiamo una storia; prima di esprimere un giudizio, abbiamo un ricordo; prima di dire "mi piace" o "non mi piace", spesso abbiamo già vissuto qualcosa che influenza quella risposta.
Il gusto non è una porta che si apre soltanto verso l'esterno: è anche una porta che si apre verso di noi.
Questo libro nasce quindi da una convinzione semplice, ossia che ogni piatto abbia almeno due ingredienti: quelli che vediamo e quelli che non vediamo.
Farina, acqua, sale, verdure, spezie, carne, pesce, frutta e poi memoria, desiderio, affetto, nostalgia, sorpresa, gioia, conforto. Gli ingredienti invisibili che non compaiono nelle ricette, ma che spesso determinano il sapore finale. Sono gli ingredienti che rendono diverso lo stesso piatto preparato da due persone diverse, che trasformano una cena qualunque in un ricordo, che spiegano perché, a volte, assaggiamo qualcosa e ci fermiamo un istante non perché sia necessariamente il piatto migliore che abbiamo mai mangiato ma perché, senza sapere bene come, ci ha detto qualcosa.
Questa è la magia della tavola. Non ci limitiamo a mangiare il cibo.In qualche modo, il cibo mangia una parte della nostra storia e la restituisce quando meno ce lo aspettiamo. Un sapore può aspettare anni prima di tornare, un profumo può attraversare decenni, una ricetta può sopravvivere a chi l'ha creata e una semplice forchettata può ricordarci una cosa che avevamo dimenticato: che, prima di essere ciò che mangiamo, siamo ciò che abbiamo amato.
E’ arrivato il momento di confessare una cosa: io non ho mai considerato la cucina un luogo tranquillo, almeno non nel senso in cui spesso viene raccontata.
Nei libri, nelle fotografie, nelle pubblicità, la cucina appare frequentemente come uno spazio perfetto: luce morbida, un tavolo ordinato, ingredienti disposti con eleganza, una persona che mescola lentamente una pentola con un'espressione serena. È una bella immagine, ma chiunque abbia davvero cucinato sa che la realtà è molto più interessante.
La cucina vera è piena di domande: dov'è finito il coltello buono? Perché il forno oggi sembra avere deciso di funzionare secondo una propria filosofia personale? Chi ha usato l'ultima cipolla senza dirlo? E soprattutto: perché la ricetta dice "aggiungere quanto basta", quando "quanto basta" è probabilmente una delle espressioni più misteriose mai inventate dall'umanità?
Abbiamo mandato uomini nello spazio, studiato il fondo degli oceani, costruito macchine straordinarie e davanti a una frase come "un pizzico di sale" milioni di persone restano completamente sole. Quanto è un pizzico? Dipende dalla mano, dall'esperienza, dalla ricetta, persino dall'umore di chi cucina.
Anche questo ho imparato osservando le persone: cuciniamo con tutto quello che siamo: con la nostra pazienza, la nostra fretta, il nostro carattere, con la giornata che abbiamo avuto.
Una persona serena e una persona arrabbiata possono preparare la stessa ricetta e ottenere due risultati completamente diversi non perché cambino gli ingredienti, ma perché cambia il modo in cui entrano in relazione con essi. È una delle ragioni per cui ho sempre amato guardare le mani di chi cucina. Le mani raccontano cose che spesso le parole nascondono: ci sono mani precise, che pesano ogni ingrediente con attenzione; mani generose, che aggiungono sempre un po' di più; mani veloci, abituate a preparare per molte persone; mani lente, che sembrano avere stabilito un dialogo con ogni gesto.
Le mani di chi cucina non eseguono soltanto. Ricordano. Molti gesti non li impariamo sui libri, li impariamo osservando. Da bambini guardiamo qualcuno impastare, tagliare, mescolare, assaggiare. Non sappiamo ancora che un giorno quei movimenti potranno diventare nostri. Il corpo li conserva. È una forma di memoria silenziosa.
Nel mio percorso personale, il cibo è sempre stato legato alla curiosità di sapere come si prepara un piatto, di capire perché quel piatto abbia un significato per qualcuno.
Ho avuto la fortuna di incontrare persone che mi hanno insegnato tecniche, tradizioni e rispetto per gli ingredienti. Ho studiato, sperimentato, frequentato corsi, osservato grandi professionisti e cucinato moltissimo anche per pura passione.
Ma più imparavo, più mi convincevo di una cosa: la cucina non è soltanto una questione di sapere fare, è una questione di sapere sentire.
E questa parola, "sentire", è diventata nel tempo sempre più importante: sentire un profumo prima ancora di riconoscerlo, sentire quando un impasto ha raggiunto la consistenza giusta, sentire quando un ospite ha bisogno di qualcosa anche se non lo dice, sentire quando un momento semplice sta diventando un ricordo. Non è un caso che una delle parole più antiche legate alla percezione sia proprio questa: sentire. Non riguarda soltanto l'udito, riguarda un modo più ampio di essere presenti, di prestare attenzione, di accogliere ciò che arriva.
È una parola che nella cucina ha un valore particolare, perché chi cucina bene non guarda soltanto: ascolta. Ascolta il rumore dell'acqua che cambia temperatura, il profumo che si modifica, le persone sedute intorno alla tavola. E soprattutto ascolta quello che non viene detto.
L'Emotivogastronomia è nata dal desiderio di togliere una separazione che abbiamo creato nel tempo: da una parte il cibo, dall'altra le emozioni; da una parte il corpo, dall'altra la mente.Come se fossero mondi diversi, ma non lo sono.Ogni giorno dimostriamo il contrario: mangiamo diversamente quando siamo felici, quando siamo tristi, quando siamo innamorati, quando siamo preoccupati, quando festeggiamo, quando abbiamo bisogno di conforto. Il nostro rapporto con il cibo cambia perché cambiamo noi.
Questo libro nasce quindi anche da una piccola provocazione.
Abbiamo passato troppo tempo a chiederci:
"Che cosa mangiamo?"
E troppo poco tempo a chiederci:
"Che cosa ci succede mentre mangiamo?"
La prima domanda riguarda il piatto, la seconda riguarda la persona. Sono sempre più convinta che sia la seconda la più interessante.
Accade sempre un momento, durante ogni pasto, che mi ha sempre affascinata più di tutti gli altri: quel piccolo istante in cui il cibo è davanti a noi, ma nessuno ha ancora parlato. Un attimo sospeso. Lo guardiamo, lo riconosciamo, lo annusiamo. A volte sorridiamo senza nemmeno accorgercene. È un momento brevissimo, eppure contiene moltissime informazioni. Prima ancora del gusto, arriva l'attesa e l'attesa è una delle emozioni più sottovalutate della nostra vita. Aspettiamo una persona, una notizia, un viaggio, una festa, un piatto. La cucina è piena di attese: l'impasto che deve lievitare, il sugo che deve cuocere lentamente. il pane che deve riposare, il dolce che deve raffreddarsi.
Viviamo in un'epoca in cui quasi tutto sembra dover essere immediato, ma la cucina continua ostinatamente a ricordarci che alcune cose hanno bisogno di tempo ed è proprio per questo che ci fa bene. Ci costringe a tornare a una dimensione che abbiamo quasi dimenticato: la pazienza.
Naturalmente, anche qui, noi esseri umani riusciamo a trovare il modo di complicare le cose.Abbiamo trasformato persino l'attesa di un pasto in una prova di carattere: c'è chi apre il forno ogni due minuti per controllare la cottura di una torta, ignorando completamente il fatto che ogni volta che lo fa sta probabilmente contribuendo al fallimento della torta stessa; chi assaggia il ragù così tante volte durante la preparazione che, quando arriva a tavola, potrebbe tranquillamente dichiarare di aver già cenato; chi prepara una cena romantica e poi passa tutta la serata preoccupato che qualcosa non sia perfetto, dimenticando che la persona seduta davanti a lui non è venuta per valutare un esame di cucina.
È una nostra curiosa caratteristica: riusciamo a trasformare anche le cose belle in occasioni per preoccuparci. Prepariamo un momento speciale e poi rischiamo di perdercelo perché siamo troppo impegnati a controllare che sia speciale.
La cucina, invece, ci insegna una lezione diversa: il piatto perfetto non esiste, esiste il piatto vissuto. È questa la differenza più importante tra una preparazione e un'esperienza. Una preparazione si può giudicare, un'esperienza si può soltanto vivere. Un piatto tecnicamente impeccabile può lasciarci indifferenti, un piatto semplice, magari preparato con qualche imperfezione, può accompagnarci per tutta la vita. Chiunque abbia ricevuto un pranzo preparato da qualcuno che ama conosce questa verità: non importa se la pasta era cotta un minuto troppo, non importa se il dolce non era esteticamente perfetto, non importa se qualcosa è andato storto.
Ciò che rimane è il gesto, la cura, il tempo dedicato, la sensazione di essere stati pensati. La cucina è il modo più concreto che abbiamo per dire una frase molto difficile:
"Mi importa di te."
Non tutti riescono a pronunciarla, non tutti sono abituati a mostrare le proprie emozioni. Alcune persone hanno imparato a nascondere ciò che provano, ma poi preparano il piatto che sai di amare, ti conservano l'ultimo pezzo, ricordano come prendi il caffè, mettono da parte qualcosa perché "casomai passi". Sono piccoli gesti, ma spesso i sentimenti più profondi abitano proprio lì: nei gesti piccoli.
Ho pensato molte volte al fatto che il cibo sia una delle poche forme di comunicazione universali. Le lingue cambiano, le tradizioni cambiano, le abitudini cambiano, ma ovunque nel mondo troviamo persone che preparano qualcosa per qualcun altro: un pane, una zuppa, un dolce, una bevanda, un piatto semplice.Il gesto cambia forma, ma il significato rimane: accogliere, condividere, prendersi cura, dire: "Sei importante abbastanza perché io dedichi tempo a te."
È questo il cuore dell'Emotivogastronomia: non cercare soltanto il sapore nascosto negli alimenti, cercare l'emozione nascosta nei gesti. Il cibo non è mai completamente separato dalla persona che lo prepara e dalla persona che lo riceve. Tra un ingrediente e l'altro c'è sempre una storia, tra un boccone e l'altro c'è sempre un ricordo, tra una ricetta e l'altra c'è sempre qualcuno.
Quando ho iniziato a definire questa disciplina, sapevo che avrei dovuto affrontare una sfida: spiegare qualcosa che tutti conoscono, ma che quasi nessuno aveva mai provato a osservare. Tutti abbiamo un rapporto con il cibo. Tutti abbiamo preferenze, rifiuti, ricordi, abitudini.
Ma raramente ci fermiamo a chiederci da dove arrivino.Perché quel sapore ci emoziona? Perché quel profumo ci riporta indietro? Perché davanti a un piatto particolare diventiamo improvvisamente persone diverse? Perché il cibo non parla soltanto ai nostri sensi, parla alla nostra storia e questa storia, la nostra storia, è sempre seduta a tavola con noi anche quando non la invitiamo, anche quando pensiamo di essere soli, anche quando prepariamo qualcosa di semplice e veloce.
Ogni volta che mangiamo, portiamo con noi tutto ciò che siamo stati: le persone che ci hanno amato, le cucine in cui siamo cresciuti, le tavole che abbiamo lasciato, quelle che abbiamo trovato, quelle che abbiamo ancora il desiderio di apparecchiare.
C'è una cosa che ho imparato osservando le persone a tavola: nessuno mangia mai davvero da solo. Anche quando siamo seduti davanti a un piatto soltanto per noi, anche quando la casa è silenziosa e non c'è nessuno con cui scambiare una parola, qualcosa o qualcuno è comunque presente. A volte è un ricordo, a volte è un'abitudine, a volte è una persona che non vediamo da anni ma che continua ad abitare nei nostri gesti. Prepariamo una ricetta e ci accorgiamo di usare lo stesso movimento che vedevamo fare a nostra madre, tagliamo il pane nello stesso modo di nostro padre, mettiamo il sale con la stessa prudenza o con la stessa generosità di qualcuno che ci ha insegnato, senza nemmeno sapere di farlo.
La cosa più sorprendente è che spesso ce ne accorgiamo soltanto dopo. È come se certe persone ci lasciassero una piccola cucina invisibile dentro di noi fatta di gesti, profumi, parole e ricordi. Una cucina che continua a funzionare anche quando quella persona non è più accanto a noi. Questo è il motivo per cui alcune ricette sembrano avere un valore che va oltre il loro risultato: non perché siano necessariamente le più buone. A volte, se le giudicassimo con il solo criterio della tecnica, scopriremmo che sono imperfette: un ingrediente sostituito, una dose mai misurata, un procedimento che farebbe inorridire un professionista. Ma nessuno vuole cambiarle, perché modificarle significherebbe modificare qualcosa di più profondo.
La ricetta è diventata un luogo della memoria e con certi luoghi abbiamo un rapporto delicato. Non li giudichiamo, li custodiamo.
Questo mi ha sempre fatto sorridere quando sento parlare di "tradizione" come se fosse qualcosa di immobile, una fotografia da conservare senza toccarla. In realtà le tradizioni sono vive proprio perché cambiano, una ricetta che non cambia mai è una ricetta morta.
Ogni generazione aggiunge qualcosa, toglie qualcosa, adatta, interpreta. Persino gli ingredienti più antichi hanno attraversato viaggi, incontri e trasformazioni.
La cucina è sempre stata un grande racconto dell'umanità in movimento. Gli alimenti hanno viaggiato più delle persone, le spezie hanno attraversato mari e continenti; il pomodoro, oggi simbolo della cucina italiana, arrivò da un altro mondo; il caffè, che molti considerano una presenza quotidiana quasi familiare, ha una storia fatta di incontri tra culture diverse. Pensare alla cucina come a qualcosa di completamente puro e immutabile significa dimenticare la sua vera natura.
La cucina è contaminazione, curiosità, incontro. È il risultato di persone che hanno avuto il coraggio di provare qualcosa di nuovo. Anche le emozioni funzionano così: non sono mai completamente ferme, cambiano con noi. Un alimento che da bambini rifiutavamo può diventare, anni dopo, uno dei nostri preferiti; un sapore che associavamo a un momento triste può acquisire un significato diverso; un piatto che non avevamo mai considerato importante può diventare improvvisamente prezioso quando lo colleghiamo a una nuova esperienza.
Il gusto non è una fotografia, è una storia in movimento ed è proprio questa capacità del cibo di cambiare insieme a noi che continua ad affascinarmi. Un giorno possiamo mangiare qualcosa semplicemente perché abbiamo fame, un altro giorno lo stesso alimento può diventare un simbolo. Può rappresentare una conquista, una ricompensa, una consolazione, una promessa mantenuta.
Ricordo spesso quanto sia curioso il modo in cui attribuiamo significati agli alimenti. Nessuno nasce pensando che una determinata torta sia "speciale", diventa speciale perché qualcuno l'ha preparata in un momento speciale, perché l'abbiamo mangiata in un luogo speciale, perché accanto a noi c'era qualcuno che rendeva quel momento diverso dagli altri.
Il valore emotivo non è scritto nell'ingrediente: nasce nell'incontro.
È questa la grande differenza tra mangiare e vivere un'esperienza gastronomica. Mangiare è un atto necessario, condividere un'esperienza attraverso il cibo è un atto umano. Il primo riguarda il corpo, il secondo riguarda anche la memoria e noi esseri umani siamo creature strane: possiamo dimenticare molte cose, ma difficilmente dimentichiamo come qualcuno ci ha fatto sentire. Possiamo dimenticare il menu di una cena, possiamo dimenticare l'anno, possiamo dimenticare perfino il nome del ristorante. Ma ricordiamo quella risata, quella conversazione, quella persona seduta di fronte a noi, quel momento in cui tutto sembrava essere esattamente al posto giusto.
È per questo che ho voluto scrivere un libro che parlasse di cucina senza essere un libro di cucina, un libro che parlasse di emozioni senza trasformarsi in un manuale di psicologia, un libro che potesse far sorridere, perché il sorriso è spesso la porta più gentile verso una riflessione profonda. L'umorismo, quando è autentico, non diminuisce la complessità della vita: la rende più sopportabile, ci permette di guardarci allo specchio senza prenderci troppo sul serio e nessun luogo è più adatto per imparare questa lezione della cucina. In cucina possiamo essere bravissimi, preparatissimi, organizzati e poi bruciare qualcosa proprio quando arrivano gli ospiti. Possiamo leggere una ricetta tre volte e dimenticare l'ingrediente principale. Possiamo preparare un piatto con grande sicurezza e scoprire, al primo assaggio, che abbiamo commesso un errore che nessun essere umano avrebbe dovuto commettere. Spesso, proprio quegli errori diventano i racconti più belli.
Alla fine una vita perfetta sarebbe probabilmente una vita molto noiosa, come una tavola dove nulla cade mai, dove nessuno ride troppo forte, dove nessuno arriva in ritardo, dove ogni piatto è impeccabile e ogni conversazione è educata.
Sarebbe una tavola elegante, ma non sarebbe una tavola viva.
La vita, come la cucina, ha bisogno di qualche imperfezione, di qualche briciola sul tavolo, di qualche macchia sulla tovaglia, di qualche ricetta modificata all'ultimo momento.
Ha bisogno di persone e questa è la lezione più importante che il cibo mi ha insegnato: non cerchiamo soltanto sapori, cerchiamo significati. Non cerchiamo soltanto nutrimento, cerchiamo connessione. Non cerchiamo soltanto qualcosa da mettere nel piatto, cerchiamo qualcosa che, per un momento, ci faccia sentire a casa. La parola "casa" è una delle parole più difficili da spiegare. Tutti pensiamo di sapere cosa significhi: una stanza, un indirizzo, un luogo in cui tornare ma quando ci riflettiamo davvero, ci accorgiamo che spesso la casa non coincide con un luogo preciso. A volte è un profumo, a volte è una voce, a volte è il rumore di una pentola sul fuoco, a volte è il modo in cui qualcuno pronuncia il nostro nome mentre ci chiede se abbiamo ancora fame.
È curioso: passiamo anni cercando luoghi in cui sentirci a casa e poi scopriamo che, molte volte, quel luogo era già dentro un gesto quotidiano: una tavola apparecchiata, un piatto preparato per noi, una tazza lasciata sul tavolo perché qualcuno sapeva che saremmo arrivati
E’ questo il motivo per cui il cibo possiede una forza così particolare: non ha bisogno di grandi dichiarazioni, non deve spiegarsi. Arriva, si offre, aspetta.
Un piatto cucinato per qualcuno contiene sempre una piccola domanda:
"Ti farà stare bene?"
È una domanda semplice, ma contiene una forma di cura profondissima. Chi cucina per gli altri si espone. Mettere qualcosa in tavola significa, in qualche modo, mostrare una parte di sé.Ogni volta che prepariamo un piatto diciamo qualcosa, anche quando non parliamo.
Diciamo:
"Ho pensato a te."
"Mi sono ricordato di quello che ti piace."
"Ho dedicato tempo a questo momento."
"Vorrei vederti sorridere."
E’ questa la ragione per cui un giudizio negativo su un piatto può fare male più di quanto immaginiamo; non stiamo sempre giudicando una preparazione. Qualche volta, senza volerlo, stiamo toccando la persona che l'ha preparata. Naturalmente questo non significa che ogni piatto debba essere considerato perfetto per gentilezza. La cucina è anche confronto, è ricerca, è desiderio di migliorare.
Un cuoco, professionista o amatore, cresce proprio perché accetta di guardare ciò che può essere migliorato, ma esiste una differenza enorme tra giudicare un piatto e dimenticare il gesto che lo accompagna. La tecnica è importante, la conoscenza è importante, la qualità degli ingredienti è importante, ma prima di tutto c'è sempre l'essere umano.
Questo è uno dei motivi per cui ho sempre trovato affascinante il lavoro di chi studia il cibo da un punto di vista culturale.Una ricetta non è mai soltanto una ricetta: è una traccia. Racconta migrazioni, territori, condizioni sociali, feste, necessità, trasformazioni. Racconta ciò che una comunità ha scelto di conservare, ma racconta anche ciò che ha dovuto inventare. Molte delle nostre tradizioni gastronomiche più amate sono nate dalla creatività di persone che avevano poco e hanno saputo trasformare quel poco in qualcosa di straordinario.
La cucina popolare è piena di intelligenza: è una forma di conoscenza costruita con l'esperienza. Quando parliamo di cibo, parliamo inevitabilmente anche di identità. Ciò che mangiamo dice qualcosa di noi, ma non tutto.Non definisce una persona, ma racconta una parte della nostra storia, racconta da dove veniamo, quali incontri abbiamo fatto, quali sapori abbiamo scelto di portare con noi.Anche rifiutare un alimento può essere una storia. Anche dire "questo non lo mangio" può nascere da un ricordo, da un'abitudine, da un'emozione. Nulla è mai completamente casuale. E qui arriva una delle parti più divertenti del rapporto tra persone e cibo. Siamo convinti di essere razionali, ma lo siamo molto meno di quanto pensiamo. Possiamo spiegare con grande sicurezza perché un alimento è superiore a un altro, elencando qualità, caratteristiche e motivazioni apparentemente oggettive. Poi arriva qualcuno che prepara lo stesso piatto come lo faceva nostra nonna e improvvisamente tutte le nostre analisi spariscono. Resta soltanto una frase:
"È diverso."
E quando diciamo "è diverso", spesso intendiamo qualcosa che non sappiamo spiegare. Non è necessariamente più buono, è più nostro, è entrato in una zona della memoria dove la tecnica non arriva. Questa è una delle ragioni per cui l'Emotivogastronomia non vuole sostituire la gastronomia tradizionale; vuole aggiungere una domanda. Accanto a:
"Come è fatto questo piatto?"
vorrei affiancare:
"Che cosa racconta questo piatto?"
Accanto a:
"Quali ingredienti contiene?"
vorrei chiedere:
"Quali emozioni contiene?"
Perché gli ingredienti invisibili sono quelli che, alla fine, ricordiamo di più.
Quando ho iniziato a lavorare su questa idea, non immaginavo ancora quanto sarebbe diventata importante nella mia vita. Pensavo di raccogliere osservazioni, di mettere ordine in alcune intuizioni, di trovare un modo diverso per parlare di cibo; poi ho capito che non stavo semplicemente studiando un argomento, stavo seguendo un filo che mi aveva accompagnata da sempre. Un filo fatto di persone, cucine, incontri, libri, viaggi, conversazioni e naturalmente piatti. Tanti piatti, alcuni perfetti, alcuni dimenticabili, alcuni rimasti nella memoria per ragioni che non avevano nulla a che fare con la perfezione. Questa è la più grande ironia della cucina: noi inseguiamo la perfezione, ma sono spesso le imperfezioni a regalarci le storie migliori.
Ripensandoci oggi, credo che una delle prime lezioni importanti sul cibo io l'abbia imparata proprio dagli errori; non dagli errori degli altri, dai miei. La cucina ha una caratteristica molto particolare: non permette di nascondersi troppo a lungo. Puoi essere una persona ordinata, precisa, organizzata in ogni aspetto della tua vita, ma davanti a un impasto che non lievita o a una crema che improvvisamente decide di separarsi dalle sue intenzioni iniziali, tutta la sicurezza scompare. La cucina ha il raro talento di riportarci alla nostra dimensione più umana. Ci ricorda che possiamo studiare, prepararci, controllare ogni dettaglio e, nonostante tutto, qualcosa può andare diversamente da come avevamo immaginato.
Ed è una fortuna. Se anche in cucina tutto fosse prevedibile, perderemmo una parte della magia. Ho sempre pensato che chi cucina impari una forma particolare di umiltà.Non l'umiltà di chi pensa di non sapere abbastanza, al contrario: l'umiltà di chi sa di avere ancora qualcosa da scoprire. Un ingrediente nuovo, una tecnica diversa, una tradizione lontana, un modo di fare che non avevamo mai considerato.
La cucina, quella vera, non chiude mai una porta: ne apre continuamente altre. È un viaggio senza un ultimo capitolo.Più impari, più scopri quanto sia grande il mondo che ancora non conosci. Anche per questo mi sono sempre definita una chef per passione. Un titolo non può contenere tutto quello che una persona è. La cucina è molto più grande di un titolo: è una relazione, è studio, curiosità, pratica rispetto. È il piacere di mettere le mani nella materia e vedere qualcosa trasformarsi. C'è qualcosa di quasi poetico nel modo in cui ingredienti semplici, attraverso il tempo e il gesto umano, diventano altro: la farina diventa pane, il latte diventa formaggio. Un insieme di ingredienti diventa un piatto capace di raccontare un luogo e una cultura, ma la trasformazione più interessante non avviene sempre nel piatto. Avviene nella persona che lo prepara. Cucinare cambia anche chi cucina; insegna ad aspettare, ad ascoltare, a correggere, ad avere pazienza,a ricominciare.
È curioso pensare che molte delle qualità che cerchiamo nella vita siano già contenute in una cucina.
La pazienza, per esempio. Viviamo in un tempo in cui tutto sembra dover accadere rapidamente: risposte immediate, risultati immediati, soddisfazioni immediate. Poi arriva una ricetta che richiede tre ore di cottura lenta e ci ricorda una verità che avevamo dimenticato:alcune cose non possono essere accelerate perché hanno bisogno del loro tempo. Come le persone, come le relazioni, come le idee, come i libri.
Questo libro, infatti, non nasce soltanto dal desiderio di raccontare il cibo.
Nasce anche dal desiderio di raccontare il tempo: il tempo passato in cucina, quello trascorso a tavola, quello necessario perché un ricordo diventi memoria, quello che serve per capire qualcosa che, forse, avevamo già davanti agli occhi. Per anni ho raccolto domande, non risposte. Le domande sono spesso più preziose; una risposta chiude, una domanda apre. E tra tutte le domande che il cibo mi ha suggerito, ce n'è una che continua a tornare: perché alcune esperienze rimangono con noi mentre altre scompaiono? Perché ricordiamo una particolare colazione fatta durante un viaggio di tanti anni fa, ma dimentichiamo centinaia di pasti consumati senza emozione? Perché un biscotto preparato da qualcuno che amiamo può avere un sapore che nessun grande laboratorio riesce a riprodurre? Perché alcune persone riescono a farci sentire accolti semplicemente mettendo qualcosa sul tavolo?
Perché il cibo è una delle poche forme di comunicazione in cui non servono traduzioni. Una persona può non parlare la nostra lingua, può avere una storia completamente diversa dalla nostra, può provenire da un luogo lontano, ma può offrirci qualcosa preparato con cura.
E in quel gesto comprendiamo qualcosa. Non tutto, ma qualcosa. Comprendiamo che qualcuno ha dedicato tempo, che qualcuno ha scelto, che qualcuno ha pensato. È questa la parte che mi emoziona di più. Il cibo non è soltanto ciò che riceviamo, è ciò che qualcuno ha deciso di donarci; anche quando compriamo un alimento già pronto, dietro quella scelta esistono persone, culture, territori, tradizioni. Dietro ogni prodotto c'è una storia, dietro ogni ricetta c'è un percorso, dietro ogni tavola c'è un incontro.
Ed è proprio dagli incontri che nasce questo libro. Dagli incontri con persone che mi hanno insegnato qualcosa, dagli incontri con sapori che non conoscevo, dagli incontri con culture diverse. dagli incontri con i miei stessi ricordi. Studiare il cibo significa, inevitabilmente, studiare l'essere umano.
La cucina è un archivio senza scaffali.Conserva nelle sue forme, nei suoi profumi e nei suoi gesti una quantità immensa di informazioni sulla nostra storia. E il motivo per cui continuiamo a cucinare, nonostante potremmo nutrirci in modi molto più rapidi e semplici, è proprio questo: non cuciniamo soltanto per mangiare, cuciniamo perché abbiamo bisogno di raccontare. Raccontiamo anche quando pensiamo di non farlo, raccontiamo attraverso una tavola apparecchiata in un certo modo, attraverso il piatto che scegliamo di preparare quando invitiamo qualcuno a casa, attraverso l'attenzione che mettiamo nei dettagli oppure attraverso la nostra assoluta incapacità di organizzarci, che spesso, a sorpresa, diventa parte del fascino della serata. Ci sono persone capaci di trasformare una cena improvvisata in un ricordo bellissimo e persone che, pur avendo pianificato tutto per settimane, riescono a vivere la serata come una missione militare. Conosco il genere, lo abbiamo visto tutti. Sono quelli che, mentre gli ospiti stanno ancora togliendo il cappotto, controllano la temperatura del forno con l'espressione di un pilota prima del decollo; quelli che rispondono «va tutto benissimo» con un sorriso leggermente inquietante mentre contemporaneamente stanno valutando se sia possibile rifare un intero piatto in quindici minuti; quelli che dicono:
«Mi raccomando, sentitevi come a casa.»
E poi, cinque minuti dopo:
«Attenzione, quella tovaglia si macchia facilmente.»
È una delle nostre meravigliose contraddizioni: invitiamo le persone per condividere un momento e poi rischiamo di dimenticare di viverlo. La cucina, invece, ci riporta sempre alla realtà: un impasto troppo appiccicoso, una cottura sfuggita di mano, un ingrediente dimenticato sul tavolo. Sono piccoli promemoria che ci ricordano una cosa essenziale: non siamo macchine e forse non dovremmo desiderare di esserlo.
La bellezza della cucina, come quella della vita, non sta nell'eliminare ogni imprevisto, sta nel modo in cui reagiamo quando l'imprevisto arriva. Un bravo cuoco non è colui che non sbaglia mai: è colui che sa trasformare un errore in una possibilità.Questa idea mi ha sempre affascinata perché riguarda molto più del cibo: riguarda il nostro modo di stare al mondo. Siamo continuamente alla ricerca di formule perfette: la relazione perfetta, il lavoro perfetto, la casa perfetta, la giornata perfetta. E intanto dimentichiamo che spesso sono proprio le piccole imperfezioni a rendere qualcosa autentico. Una tavola con qualche piatto diverso, una ricetta modificata perché mancava un ingrediente, un dolce venuto leggermente storto, una risata nel momento sbagliato. Sono questi dettagli che, anni dopo, tornano alla memoria. Non ricordiamo soltanto ciò che era bello, ricordiamo ciò che era vivo.
Quando ho iniziato a dare forma all'Emotivogastronomia, una delle domande più importanti che mi sono posta è stata questa: possiamo educare il nostro rapporto con il cibo attraverso la consapevolezza delle emozioni? La risposta, negli anni, è diventata sempre più chiara.Sì.
Perché conoscere le proprie emozioni significa anche comprendere meglio le proprie scelte, non per giudicarle, ma per ascoltarle. Mangiare non è mai un atto completamente neutro. Ogni scelta alimentare contiene una parte di noi. A volte scegliamo un alimento perché ci piace, a volte perché ci rassicura, a volte perché ci ricorda qualcosa, a volte perché abbiamo bisogno, senza rendercene conto, di prenderci cura di una parte fragile di noi.
Questo non significa che ogni desiderio alimentare debba essere interpretato come un grande mistero psicologico. Magari abbiamo semplicemente voglia di una fetta di torta e va benissimo così. Anzi, forse dovremmo imparare anche questo: non trasformare ogni piacere in un problema da analizzare. La gioia ha bisogno di spazio e un buon piatto può essere semplicemente un buon piatto; una cena può essere semplicemente una bella cena; un momento felice non deve sempre avere una spiegazione. Anche questa è una forma di saggezza.
L'Emotivogastronomia non nasce per togliere spontaneità al rapporto con il cibo, nasce per restituirgli profondità, per ricordarci che dietro ciò che mangiamo esiste un mondo fatto di persone, culture, memorie e sentimenti.
È uno sguardo più ampio, un invito a rallentare, a osservare, a fare una cosa che sembra semplicissima, ma che forse oggi è diventata rara: prestare attenzione. L'attenzione è una forma di rispetto: verso gli ingredienti, verso chi ha lavorato per produrli, verso chi ha preparato un piatto, verso chi lo riceve e anche verso noi stessi.Quando mangiamo con attenzione, in qualche modo diciamo alla nostra vita:
"Questo momento conta."
Una tavola è sempre stata un luogo potente; una tavola non è mai soltanto una superficie dove appoggiare dei piatti: è uno spazio di incontro, un confine sottile tra il mondo esterno e quello privato. Quando ci sediamo a tavola, per qualche minuto, smettiamo di essere soltanto individui e diventiamo parte di qualcosa: una famiglia, un gruppo di amici, una comunità, una storia e ogni storia, prima o poi, ha bisogno di essere raccontata.La mia è iniziata molti anni fa con la curiosità, con il desiderio di capire perché il cibo avesse un potere così grande sulle persone.
È passata attraverso studi, esperienze, incontri, cucine e tavole diverse. Ha attraversato momenti di entusiasmo e momenti di dubbio. Anche le idee, come le ricette, hanno bisogno di tempo. Devono riposare, maturare, trovare la loro forma.
Ed è arrivato il momento di raccontarla, non come una teoria distante ocome una lezione, ma come un viaggio. Un viaggio fatto di sapori e sentimenti, di risate e riflessioni, di piatti riusciti e piccoli disastri.
Alla fine, se c'è una cosa che il cibo mi ha insegnato, è questa: la vita non si misura soltanto da ciò che portiamo in tavola. Si misura dalle emozioni con cui la apparecchiamo. E’ proprio qui che comincia il viaggio di questo libro: non da una ricetta, da una tecnica, da un ingrediente particolare. Comincia da una domanda apparentemente semplice, ma che più la si osserva più diventa complessa:
Che cosa succede dentro di noi quando mangiamo?
Non soltanto nel nostro corpo, nella nostra memoria, nella nostra immaginazione, nelle nostre emozioni. Davanti a un piatto non siamo mai soltanto persone che hanno fame: siamo persone che hanno vissuto. Portiamo con noi luoghi, volti, parole ascoltate tanti anni prima, gesti imparati senza accorgercene. Portiamo con noi le cucine in cui siamo entrati, quelle in cui siamo cresciuti, quelle che abbiamo lasciato, quelle che abbiamo scoperto durante un viaggio, quelle che forse non abbiamo mai visitato davvero, ma che abbiamo immaginato attraverso un sapore.
È straordinario pensare che un alimento possa contenere una geografia invisibile: un profumo può raccontare una regione, una spezia può raccontare una rotta commerciale, un metodo di preparazione può raccontare una generazione intera.
La cucina è una delle forme più antiche attraverso cui l'umanità ha conservato la propria memoria, prima ancora dei libri, prima ancora degli archivi, prima ancora dei musei.C'erano mani che impastavano, fuochi accesi, persone sedute insieme,storie raccontate mentre qualcosa cuoceva lentamente.
Per questo motivo ho sempre trovato affascinante il fatto che la cucina sia contemporaneamente una delle attività più quotidiane e una delle più profonde.
Preparare un pasto sembra un gesto normale, lo facciamo continuamente, ma dentro quel gesto abitano domande enormi. Che cosa scegliamo di conservare? Che cosa scegliamo di tramandare? Che cosa vogliamo offrire agli altri? Che cosa vogliamo ricordare?
La cucina è piena di simboli: il pane spezzato insieme, la torta preparata per un compleanno, la pasta fatta in casa durante una festa, il dolce portato a qualcuno che sta attraversando un momento difficile.
Sono gesti semplici, ma proprio nei gesti semplici spesso si nasconde la parte più autentica dell'essere umano. Non abbiamo sempre bisogno di grandi parole. A volte una persona che ci prepara qualcosa da mangiare sta dicendo molto più di quanto riuscirebbe a dire con un lungo discorso. Naturalmente, questo non significa che la cucina debba diventare sempre seria. Anzi.Una delle cose che amo di più del rapporto tra esseri umani e cibo è la sua capacità di farci sorridere. La cucina è un luogo meraviglioso per osservare le nostre piccole follie. Siamo capaci di discutere animatamente sulla quantità corretta di parmigiano su una pasta, di difendere una ricetta familiare come se fosse una questione diplomatica internazionale, di sostenere che il nostro modo di preparare un piatto sia "quello vero" dimenticando che, probabilmente, qualcun altro dall'altra parte del mondo sta dicendo esattamente la stessa cosa.
La verità è che noi esseri umani abbiamo bisogno di sentirci legati alle nostre tradizioni, anche quando le reinventiamo. Il bello sta proprio qui: la cucina ci permette di essere profondamente legati alle nostre radici senza rimanere immobili, ci insegna che la fedeltà non significa ripetere sempre allo stesso modo,significa comprendere il significato profondo di ciò che facciamo.
Una ricetta vive perché qualcuno continua a prendersene cura, un ricordo vive perché qualcuno continua a raccontarlo, un'emozione vive perché qualcuno continua a sentirla. Questo libro nasce con un'ambizione forse insolita.Vorrei che chi lo legge imparasse qualcosa, vorrei che scoprisse nuovi modi di guardare il cibo, vorrei che comprendesse meglio il legame tra alimenti ed emozioni, ma vorrei anche una cosa altrettanto importante: vorrei che sorridesse. La conoscenza non deve necessariamente avere un volto serio.Si può imparare ridendo, si può riflettere divertendosi, si può parlare di cultura, memoria e identità senza perdere il piacere della leggerezza.
L'umorismo, in fondo, è una forma raffinata di intelligenza. Ci permette di vedere le nostre contraddizioni senza giudicarle, ci ricorda che siamo imperfetti, che possiamo sbagliare, che possiamo prenderci cura degli altri e contemporaneamente dimenticare una pentola sul fuoco, che possiamo conoscere perfettamente una tecnica culinaria e avere ancora bisogno di qualcuno che ci ricordi dove abbiamo messo il sale.
È questa la ragione per cui nelle pagine che seguiranno incontrerete anche situazioni assurde, piccoli fallimenti, momenti imbarazzanti e quelle scene che ogni persona appassionata di cucina conosce bene. La gastronomia non è fatta soltanto di piatti impeccabili: è fatta di persone e le persone sono meravigliosamente complicate.
Troverete riflessioni sull'amore e sulla tavola, sulla memoria e sui sapori, sulla nostalgia e sulle nuove scoperte, sulla gioia di cucinare e sulla disperazione di quando qualcosa va storto proprio nel momento meno opportuno.
Troverete il lato serio dell'Emotivogastronomia, ma anche il suo lato più umano, perché una disciplina che studia le emozioni non può dimenticare il sorriso. Alla fine, questo libro vuole ricordare una cosa molto semplice: che il cibo non è soltanto qualcosa che mettiamo dentro di noi, ma è qualcosa che lasciamo entrare nella nostra vita. Entra nei nostri ricordi, nelle nostre relazioni, nella nostra identità. E qualche volta entra persino nelle nostre decisioni più importanti. Anche se può sembrare incredibile, molte persone cambiano vita davanti a un piatto, cambiano idea, cambiano strada, cambiano prospettiva.
Io stessa ho scoperto che alcune delle domande più importanti della mia vita non sono nate davanti a una scrivania: sono nate davanti a un tavolo, davanti a un profumo, davanti a un gesto, davanti a un momento in cui il cibo sembrava raccontare qualcosa che le parole non riuscivano ancora a spiegare.
E allora possiamo finalmente cominciare. Con una forchetta in mano, naturalmente, perché è possibile che ci abbia creato qualche problema. Ma, a quanto pare, è anche lo strumento con cui abbiamo imparato a incontrare il mondo.



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