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Il gruppo, dopo tutto

  • Immagine del redattore: Suzette Monet
    Suzette Monet
  • 12 lug
  • Tempo di lettura: 1 min


Arriva un momento, alla fine di ogni percorso condiviso, in cui qualcuno dice "fermiamoci, facciamo una foto" e quella frase, banale in apparenza, è in realtà una piccola cerimonia. Non si fotografa un evento, si fotografa la fine di una tensione.

Li guardo disposti così, in ordine sparso e insieme perfetto, contro le colline che si spengono e il sole che scende dietro i cipressi. Chi in piedi, chi seduto, chi inginocchiato per non coprire nessuno; è una geografia di corpi che si sono trovati un posto, e in quel trovarsi un posto c'è già la storia di giorni passati fianco a fianco.

La tavola dietro di loro, con i bicchieri ancora pieni e i piatti non del tutto sparecchiati, non è sfondo. È prova. Prova che prima della posa c'è stata una cena vera, lunga, fatta di racconti che si accavallano e bicchieri che si riempiono senza che nessuno se ne accorga davvero.

Il vero segno di un gruppo che ha funzionato è il disordine che la precede. Le sedie spostate. Le bottiglie aperte in più di una. Qualcuno con il bicchiere ancora in mano perché non ha fatto in tempo a posarlo prima dello scatto.

Qui, in questa luce che non è più giorno e non è ancora notte, il gruppo si guarda per un istante con gli occhi di chi sa che quel momento, quella luce, quella tavola, quelle persone tutte insieme nello stesso punto della collina non tornerà identico un'altra volta.

Ed è per questo che si fotografa. Non per ricordare come erano fatti. Per ricordare che, per una sera, sono stati esattamente lì, esattamente così.

 
 
 

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