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Il cesto che non ha ancora deciso cosa diventerà

  • Immagine del redattore: Suzette Monet
    Suzette Monet
  • 13 lug
  • Tempo di lettura: 3 min


Il cesto che non ha ancora deciso cosa diventerà


Prima che il raccolto diventi cena, tutto è ancora possibile. È il momento del cesto pieno e disordinato, quando le cime di carota si accavallano ai gambi di aglio fresco e un ciuffo di fiori di origano selvatico finisce lì in mezzo quasi per caso, o forse no, forse perché chi ha raccolto sapeva già che quel viola minuscolo sarebbe servito a qualcosa, anche senza saperlo ancora con precisione.

Guardo questo cesto e non vedo ingredienti. Vedo una frase non ancora scritta.

Il colore, prima di tutto: quell'azzurro slavato del vimini, quasi celeste, che sembra scelto apposta per far esplodere il verde di tutto quello che contiene. Non è un cesto qualunque, e non è un caso che sia proprio questo verde acceso, disordinato, pieno di sfumature diverse tra la foglia larga dell'aglio e la trina sottile delle foglie di carota a occupare la scena. Il verde, in emotivogastronomia, è il colore della promessa. Non è ancora il piatto. È tutto quello che il piatto potrebbe essere.

Mi soffermo sui fiori di origano, lì in mezzo, quasi nascosti. Sono la parte più fragile del cesto e, non a caso, quella che mi commuove di più. Un fiore d'erba aromatica non serve a nutrire. Serve a ricordare che quella pianta, prima di finire trita su un piatto di pomodori, è stata viva, ha fiorito, ha attirato le api per settimane prima che qualcuno decidesse di tagliarla. C'è una specie di rispetto silenzioso in chi raccoglie le erbe lasciando che portino ancora i fiori: significa non avere fretta. Significa raccogliere quando è il momento, non quando serve.

Le cime di carota, ammassate sul lato destro, mi raccontano un'altra storia: quella di ciò che normalmente scartiamo. Nessuno mangia le foglie della carota, o quasi nessuno, eppure sono la parte che ha fatto più fatica: sono loro che hanno raccolto la luce, giorno dopo giorno, per mandarla giù, sotto terra, a costruire la radice arancione che poi mettiamo in tavola con tutti gli onori. Le foglie restano fuori dal racconto ufficiale del pasto, proprio come restano fuori, spesso, le persone che il lavoro lo fanno davvero: chi ha piegato la schiena nell'orto all'alba per riempire quel cesto, prima che arrivasse in cucina, prima che diventasse fotografia, prima che diventasse, oggi, questo articolo.

E poi ci sono i gambi bianchi dell'aglio fresco, ancora sporchi di terra alla base, che tagliano la composizione con la loro verticalità quasi architettonica. È il momento dell'anno più generoso per l'aglio, quello in cui non ha ancora indurito il bulbo, in cui è ancora tenero, dolce, quasi innocente rispetto a quello che diventerà da stagionato. Anche questo è un insegnamento che il cibo continua a darci, se solo ci fermiamo a sentirlo: ogni ingrediente ha un'età giusta per essere raccolto, un istante preciso in cui è più se stesso di quanto sarà mai prima o dopo.

Il cesto, in fondo, non è un contenitore. È una sospensione. È il tempo esatto tra la terra e il fuoco, tra il campo e la tavola, in cui tutto quello che diventerà cibo è ancora, semplicemente, vita raccolta. E forse è proprio in questo intervallo breve, luminoso, quasi mai fotografato con la dovuta attenzione, che si nasconde la parte più sincera del mangiare: quella che avviene prima di ogni ricetta, prima di ogni intenzione, quando il cibo è ancora soltanto sé stesso.

 
 
 

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