Emotivogastronomia e cabina armadio
- Suzette Monet

- 8 lug
- Tempo di lettura: 2 min

La cabina armadio? Non posso farne a meno.
Ogni mattina, per un momento, non ho ancora deciso chi sarò per il resto della giornata. Succede lì, davanti agli scaffali di legno scuro, tra le maniche appese come commensali in attesa. Ed è un momento che assomiglia, più di quanto si creda, a quello che precede il primo boccone di un piatto atteso da settimane.
La cabina armadio non è uno sfizio: è una dispensa.
Mio nonno Roberto teneva le sue spezie in una madia di ciliegio, a Parigi, ognuna al suo posto, ognuna con una storia da raccontare prima ancora di essere usata. "Senti, senti, senti", mi diceva, prima ancora che il naso arrivasse alla noce moscata o al pepe di Sichuan. Io, oggi, faccio lo stesso gesto davanti a una camicia di seta color avorio. La tocco prima di indossarla. La sento, prima di deciderla.
Perché un capo, come un ingrediente, non è mai neutro. Una gonna di tweed ha la stessa densità emotiva di un brodo ristretto: richiede tempo, richiede rigore, e restituisce struttura a chi la porta. Una camicia bianca annodata in vita è leggera come un consommé chiarificato; sembra semplice, ma dietro c'è una tecnica che nessuno vede.
Nella mia cucina emotiva, ogni ripiano di un armadio è una categoria di sapore. Il beige e il crema sono il burro, la base, il fondo su cui si costruisce tutto il resto. Il bordeaux e il verde smeraldo sono le spezie rare, quelle che si tirano fuori per le occasioni, che pungono la memoria di chi le vede. Il nero, sempre il nero, è il sale: presente ovunque, quasi invisibile, ma senza il quale niente ha sapore.
Le borse allineate sui ripiani più alti, le scarpe in fila come bottiglie in cantina, non è ordine per l'ordine. È mise en place. È lo stesso gesto di un cuoco che dispone gli ingredienti prima di iniziare, sapendo che la disciplina di prima libera la creatività di dopo.
L' attimo che chiamo boccone soglia, lo stesso che uso per il cibo, è quello in cui non hai ancora scelto, ma stai per farlo. È il secondo prima di affondare la forchetta, il secondo prima di sfilare l'abito dalla gruccia. In quel secondo, ancora tutto è possibile: puoi essere austera o giocosa, puoi essere quella di ieri o un'altra, appena inventata.
Non posso fare a meno della cabina armadio perché non posso fare a meno di quel secondo. È lì che si decide non cosa indossare, ma chi essere a tavola con se stessi, prima ancora di sedersi a qualunque tavola vera.
Un piatto ben fatto parla di chi lo ha cucinato molto prima che arrivi in tavola. Io credo lo stesso di un armadio: parla di chi ci entra, ogni mattina, a scegliersi.
La cabina armadio non è vanità. È memoria disposta su una mensola, in attesa di essere sentita.



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