Dopo la parola, il vino
- Suzette Monet

- 12 lug
- Tempo di lettura: 2 min

Il congresso finisce sempre nello stesso modo. Le luci della sala si spengono, i microfoni tacciono, e resta soltanto la fatica soddisfatta di chi ha detto qualcosa che contava. È lì, in quel margine di sera che nessun programma prevede, che comincia la vera conversazione.
Li guardo, i quattro relatori, ancora con addosso il tono di chi ha appena discusso di teoria, di dati, di prospettive, e vedo un'altra scena sovrapporsi alla prima. Le colline toscane si spengono lentamente dietro di loro, le luci calde tra i rami sostituiscono quelle del palco, e i calici alzati non chiedono più attenzione: la restituiscono.
Non è un brindisi di circostanza.: è un rito che conosco bene, perché l'ho visto fare a mio nonno Roberto ogni volta che una giornata di lavoro pesante si scioglieva in una tavola apparecchiata con poco e con cura. Diceva sempre che il vino, dopo le parole importanti, non si beve: si ascolta. Perché la voce si è consumata a spiegare, e il calice arriva a dire quello che i discorsi non avevano il tempo di dire.
Guardo le loro mani. Una regge un calice di bianco come si regge un pensiero appena concluso. Le altre stringono il rosso con la naturalezza di chi non sta posando per nessuno, se non per la sera stessa. Ridono senza la disciplina del podio. Le spalle, ancora rigide di relazione e di slide, cominciano a cedere.
È questo il boccone soglia della giornata: non il primo sorso di vino, ma il primo respiro fatto senza dover dimostrare nulla a nessuno.
Il congresso ha dato loro un pubblico. La tavola, sotto le lucine e le colline che si spengono, restituisce loro l'un l'altro: quattro amici, prima ancora che quattro voci autorevoli.
Ed è proprio quando il lavoro finisce che comincia, davvero, il gusto.



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