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Cucinare mentre il mondo brucia

  • Immagine del redattore: Suzette Monet
    Suzette Monet
  • 26 giu
  • Tempo di lettura: 3 min


Fuori ci sono 38 gradi. L'asfalto respira come un animale malato, dal rubinetto esce acqua tiepida e io sto pensando al brodo.

Non perché sia pazza;sono una donna che si occupa di cibo, e in questo momento il cibo è l'unica cosa che mi sembra sincera da guardare.

Parliamoci chiaro: noi che lavoriamo attorno alla cucina (chef, giornalisti gastronomici, comunicatori, appassionati) abbiamo passato decenni a raccontare il cibo come se fosse eterno. Come se il pomodoro di agosto ci fosse sempre stato e ci sarebbe sempre stato. Come se il pesce del Mediterraneo aspettasse paziente il nostro prossimo menu degustazione.

Non è così. Non lo è più.

E lo sappiamo, lo sappiamo da anni, eppure continuiamo a fotografare i piatti con la luce giusta senza dire la cosa più importante: il piatto che stai guardando potrebbe non esserci tra vent'anni.

C'è una chef italiana che si chiama Chiara Pavan. Forbes l'ha messa al sesto posto tra i 25 chef più influenti del paese. Ma quello che mi ha colpito non è il numero; i numeri nelle classifiche mi annoiano quanto le liste dei vini ordinate per prezzo.

Mi ha colpito la motivazione. "Agisce a distanza, afferma concetti forti di sostenibilità reale. Un'outsider contagiosa."

Outsider contagiosa. Ci ho pensato su un po'.

Sapete cosa significa essere un'outsider nel mondo della cucina italiana? Significa che non stai giocando secondo le regole del sistema:i premi, le tv, le collaborazioni con i brand giusti, il tavolo al posto giusto alla fiera giusta. Significa che il tuo lavoro parla prima che tu apra bocca e quando apri bocca, dici cose che fanno sentire a disagio le persone comode.

Contagiosa, invece, è la parola che mi ha fermata davvero. Perché la sostenibilità vera, senza greenwashing, quella che costa fatica e scelte impopolari, non si impone: si trasmette. Come un'idea che trovi in un posto inaspettato e non riesci più a toglierti dalla testa.

Io non cucino professionalmente. Scrivo di cibo. E scrivo di cibo perché credo che le parole attorno a un piatto abbiano un peso specifico enorme, più di quanto l'industria gastronomica voglia ammettere.

Ogni volta che raccontiamo la cucina solo come estetica, come identità culturale, come performance senza dire che quella stessa cucina è in prima linea su un pianeta che sta cambiando forma, stiamo facendo un favore a... nessuno.

Il calore estremo di questi giorni non è una parentesi. Non è l'estate "anomala" di cui parleremo a settembre prima di tornare alla normalità: è la normalità, è già adesso.

E allora la cucina sostenibile non è una nicchia per chef con il cappello radical chic. È l'unica risposta sensata che il settore alimentare può dare a questo momento. È sopravvivenza culturale e a volte sopravvivenza tout court.

So cosa state pensando. "Un altro articolo sul clima, un altro appello, un'altra cosa da condividere e poi dimenticare."

Capisco. Anche io mi sono stancata di quella forma di attivismo da scroll infinito che non cambia niente.

Ma questa volta vi chiedo qualcosa di diverso. Non vi chiedo di cambiare vita. Vi chiedo di guardare meglio cosa mettete nel piatto, chi lo ha cucinato, e con quale intenzione.

Perché la cucina la vera, quella che ha radici e non solo followers, ha già le risposte. Le ha da secoli. La Dieta Mediterranea non è nata per caso in un territorio povero di risorse: è nata perché qualcuno ha imparato a fare moltissimo con pochissimo, a non sprecare, a rispettare i ritmi della terra.

Noi l'abbiamo dimenticato nel momento in cui abbiamo cominciato a fotografarla.

Fuori ci sono ancora 38 gradi.

Ho chiuso la finestra. Non per il caldo.

Per non sentire il silenzio di chi non sta facendo niente.

 
 
 

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