Colorado cupcakes
- Suzette Monet

- 26 lug
- Tempo di lettura: 2 min

Colorado, sciroppo e briciole di brace: i cupcake che sanno di montagna
Vengono dal Colorado, e si sente. Nel senso che c'è una geografia intera dentro l'impasto. Lo sciroppo d'acero non si limita ad addolcire qui: è un paesaggio. Racconta le foreste che si svegliano in marzo, il secchio appeso al tronco, l'attesa lenta di un liquido che si fa ambra goccia dopo goccia. Impastato nella pasta del cupcake, profuma di legno tiepido, di mattine fredde risolte da qualcosa di caldo.
Sopra, la ganache al cioccolato fondente lucida, densa, leggermente salata e quel sale non è un vezzo, ma un correttivo necessario, il modo in cui l'amaro del cacao trova il proprio limite prima di scivolare nella dolcezza sotto. Ci ho pensato a lungo: il sale, in un dolce così, funziona come funziona una pausa in un discorso ben scritto e ti costringe a restare.
E poi la pancetta. Tritata fine, croccante, distribuita come se qualcuno l'avesse lasciata cadere per caso e invece no, è lì perché voluta. È l'elemento che sposta tutto il ragionamento: un cupcake diventa improvvisamente colazione, cena, ricordo di una baita, gesto affettuoso di chi ha imparato a cucinare guardando qualcun altro farlo prima di lui.
Cosa mi racconta, in fondo, questo dolce? Mi racconta che il confine tra dolce e salato è una convenzione, non una legge di natura. Mi racconta il Colorado come lo racconterebbe chi ci è cresciuto: la cucina di casa, il fuoco basso, la pazienza di chi aspetta che lo sciroppo cali dall'albero prima ancora di pensare a cosa diventerà.
Un cupcake, è un piccolo atto di fede. Questo lo è doppiamente: crede nel dolce, crede nel salato, e li fa incontrare.



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