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Asparagi fritti

  • Immagine del redattore: Suzette Monet
    Suzette Monet
  • 7 giu
  • Tempo di lettura: 2 min

Durante l'infanzia capita di scoprire che alcune cose buone fanno anche un po' di rumore. Il morso su qualcosa di croccante, quella piccola esplosione tra i denti, è già di per sé un atto di presenza. Sei lì, stai mangiando, il corpo lo sa prima della mente.

Questi asparagi panati mi hanno riportato a quel momento.

L'asparago è un ortaggio antico e selvatico nell'anima, anche quando lo coltivi. Ha una verticalità prepotente: cresce dritto, punta verso l'alto, non si piega. C'è qualcosa di fiero in lui. Qualcosa che resiste.

Poi qualcuno decide di ricoprirlo di pangrattato e di farlo friggere e qui sta il paradosso bellissimo: l'asparago, vegetale aristocratico per eccellenza, quello che i francesi chiamano l'asperge con una certa solennità, quello che mio nonno Roberto serviva con salsa mousseline nei pranzi importanti del suo ristorante parigino, diventa cibo da mangiare con le mani. Cibo da condividere al centro del tavolo, che non chiede forchetta né cerimonia.

La crosta dorata è una soglia. Da una parte l'esterno croccante, fragrante, con quella nota burrosa del pane tostato che sa di domenica e di cucine calde. Dall'altra l'interno morbido, erbaceo, leggermente amaro e selvatico, appunto. Quella nota verde che non si lascia domare del tutto, nemmeno dal calore, nemmeno dall'olio.

L'emozione che questo piatto non è nostalgia: è qualcosa di più immediato. È piacere puro, corporeo, senza mediazione intellettuale.

Il limone accanto, quelle due fette gialle luminose, non è decorazione:è una scelta emotiva precisa. L'acidità del limone taglia il grasso, sveglia il palato, rimette tutto in ordine dopo l'abbondanza della panatura. È il respiro dopo il morso, la pausa che permette di ricominciare.

Mangiare questi asparagi è un atto di abbandono controllato. Ti concedi il fritto, ti concedi le mani, ti concedi il rumore. Ma l'asparago dentro è ancora lì: integro, verde, un po' selvatico. Non ha ceduto del tutto.

Come certi caratteri forti che sanno adattarsi senza perdere se stessi.

Senti, senti, senti.

 
 
 

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