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Anelletti al forno, la soglia del ricordo

  • Immagine del redattore: Suzette Monet
    Suzette Monet
  • 26 giu
  • Tempo di lettura: 2 min

Un anelletto non si mangia, si attraversa. Lo capisco guardando questo piatto, dove centinaia di piccoli cerchi di pasta si sono arresi al sugo, alla melanzana fritta, al formaggio che cola come una resa dolce. Gli anelletti al forno sono un'architettura della memoria, che ha deciso di farsi cibo.

La crosta superiore racconta la prima parte della storia: pangrattato abbrustolito, caciocavallo che ha preso colore al calore del forno, i bordi che si fanno quasi neri dove la teglia ha insistito di più. Sotto, un'altra storia, più morbida, più segreta: il ragù che ha avuto tempo, la melanzana che si è arresa lasciando il suo amaro per fare spazio alla dolcezza del pomodoro. Tra le due storie, un confine. Lo chiamo da tempo il 'boccone soglia' : quel punto preciso della forchettata in cui il croccante incontra il cedevole, in cui il presente del piatto incrocia il suo passato di cottura lenta. Non è un dettaglio tecnico. È il momento in cui il corpo riconosce che il tempo, in cucina, non passa: si deposita. Sentire prima di giudicare. Sentire la melanzana che era amara da cruda e ora è quasi caramello; sentire l'anello di pasta che era rigido in dispensa e ora si lascia piegare dal cucchiaio senza rompersi.

In questo piatto convivono due polarità che non si annullano: il bruciato e il filante, l'acido del pomodoro e il grasso del formaggio fuso, la rigidità geometrica dell'anello e il disordine morbido del ripieno che ne esce. Le chiamo 'coppia di polarità' perché non sono opposti che si combattono: sono due forze che si tengono per mano proprio nel punto dove sembrerebbero respingersi. Il piatto, in fondo, non chiede di scegliere tra crosta e cuore. Chiede di accettarli insieme, nello stesso boccone, come si accetta di essere insieme due cose che sembravano incompatibili: chi siamo stati e chi siamo ora.

Gli anelletti al forno arrivano dalla Sicilia con la solennità delle pietanze che si preparano per qualcuno che torna. Hanno la generosità di chi non sa fare le cose in piccolo; vengono costruiti come una casa, a strati, sapendo che il forno completerà un lavoro che le mani da sole non potrebbero finire. C'è qualcosa di intensamente familiare in questa pazienza, la stessa che serve per raccontare una storia, per costruire un ricordo che resista al tempo invece di sbiadire.

Guardando questo piatto non penso alla ricetta. Penso a quante volte abbiamo bisogno che qualcosa tenga insieme strati che non si parlerebbero da soli. Il pangrattato e il sugo, il fritto e il bollito; ciò che siamo diventati e ciò da cui veniamo. Gli anelletti al forno lo fanno senza spiegazioni, semplicemente restando fermi nella teglia finché il calore non li convince a fidarsi l'uno dell'altro.

 
 
 

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