Iddu
- Suzette Monet

- 26 giu
- Tempo di lettura: 2 min

È successo sull'autostrada che sale verso Catania: la conversazione in macchina si è interrotta da sola. Nessuno lo decide. Succede. Qualcuno guarda fuori, fa "oh", e poi tace. Io ero quel qualcuno, l'altro giorno, con il finestrino mezzo aperto e l'aria che già sapeva di zolfo e di erba secca.
L'Etna non si annuncia. Non c'è una curva, un cartello, una preparazione. C'è solo, all'improvviso, troppa montagna per lo spazio che il parabrezza le concede. Il bianco della neve che le incornicia i fianchi come fosse normale, come se nevicare e fumare nello stesso istante fosse la cosa più ovvia del mondo. E poi quel filo di fumo che sale dritto, ostinato, contro un cielo troppo azzurro, troppo fermo, troppo educato per una montagna che invece sta letteralmente respirando.
Chi vive sotto quella mole da generazioni non la chiama per nome. Dicono Iddu. Lui. Come se il nome proprio Etna, con tutta la sua storia greca, le sue sillabe da manuale di geografia, fosse un abito troppo piccolo, troppo gestibile, per qualcosa che invece va trattato con la cautela con cui si parla di una presenza, non di un luogo.
E lì mi è tornato in mente, con una nitidezza quasi fisica, l'Innominato di Manzoni. Quel personaggio che attraversa I Promessi Sposi senza che il narratore gli conceda mai un nome e che proprio per questo diventa più grande, più temuto, più vero di chiunque altro nel romanzo. Manzoni lo sapeva: nominare è addomesticare. Togliere il nome, lasciare solo il pronome o l'epiteto, è l'unico modo che la lingua ha per dire "questo non lo controlliamo, questo ci sovrasta, davanti a questo restiamo in soggezione". I siciliani hanno fatto con la loro montagna la stessa operazione che la grande letteratura fa con il potere che non si può misurare: l'hanno spogliata del nome per restituirle la sua vera statura.
È un atto di rispetto, non di paura o forse è esattamente la stessa cosa, vista da due lati. Si chiama per nome ciò che si crede di conoscere. Si dice Iddu a ciò che sappiamo, nel corpo prima che nella mente, di non poter mai davvero conoscere fino in fondo.
Quel fumo bianco contro l'azzurro, in fondo, è una delle poche cose al mondo che ti fa sentire davvero, nello stomaco, non solo capire con la testa che il tempo geologico e il tempo umano stanno succedendo nello stesso istante, sulla stessa strada. E che davanti a Iddu, come davanti all'Innominato, l'unica postura onesta è il silenzio di chi sa di essere, semplicemente, di passaggio.



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