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Il consommé, Marie-Antoine Carême

  • Immagine del redattore: Suzette Monet
    Suzette Monet
  • 3 lug
  • Tempo di lettura: 3 min


Mio nonno Roberto non alzava mai la voce, tranne quando qualcuno filtrava un brodo con fretta. Diceva che la pazienza si vede prima nel liquido che nel piatto: se il brodo è torbido, hai già mentito a chi lo berrà. Il consommé è il piatto che porta questa idea alle sue estreme conseguenze. È un brodo che ha deciso di non nascondere più nulla. Trasparente come una confessione.

Marie-Antoine Carême nasce a Parigi nel 1784, in una famiglia numerosa e povera, abbandonato dal padre per strada a undici anni con la frase, tramandata quasi come leggenda, che il mondo era pieno di mestieri migliori per chi sapeva arrangiarsi. Carême sceglie la cucina, e la trasforma in un'architettura. Cuoco delle corti più potenti d'Europa, da Talleyrand allo zar Alessandro I, è lui a codificare per primo il consommé come lo conosciamo: un brodo chiarificato con carne magra tritata, albume d'uovo e verdure, portato lentamente a temperatura fino a formare una zattera di coagulo che, sollevandosi, trascina con sé ogni impurità. Il risultato è un liquido ambrato, limpido, quasi innaturale nella sua pulizia.

C'è qualcosa di profondamente aristocratico in questo gesto, ma non nel senso dello sfarzo. È un'aristocrazia del controllo. Carême viveva in un'epoca che credeva nella ragione capace di ordinare il caos, e il consommé è la traduzione gastronomica di quella fede: la materia grezza, disordinata, viene sottoposta a un processo lento e rigoroso finché non rivela la sua essenza più pura. Non si aggiunge nulla al sapore. Si toglie tutto ciò che lo confonde.

Nella Ruota delle Emozioni Alimentari colloco il consommé vicino alla fiducia, un'emozione poco raccontata in gastronomia perché non fa rumore. Chi beve un consommé ben fatto non prova stupore, prova sollievo. È il sapore che arriva senza ostacoli, senza filtri visivi o mentali che lo interrompano prima che raggiunga la lingua. Il corpo riconosce in quella trasparenza una promessa di onestà: nulla è nascosto, quindi nulla può tradire. È il motivo per cui il consommé, da secoli, apre i grandi pranzi ufficiali. Prepara il palato, ma prepara anche la fiducia del commensale verso tutto ciò che arriverà dopo.

C'è poi un paradosso che amo di questo piatto. È tra i più semplici da descrivere e tra i più difficili da eseguire. Non ammette scorciatoie, non ammette fretta, non ammette una fiamma troppo alta che romperebbe la zattera di coagulo e intorbidirebbe tutto il lavoro fatto. Il consommé punisce l'impazienza in modo immediato e visibile. In questo assomiglia più a una disciplina interiore che a una ricetta.

La ricetta essenziale

Per un litro di consommé: un litro e mezzo di brodo di carne già pronto, freddo; trecento grammi di carne magra di manzo tritata; due albumi d'uovo; una carota, una costa di sedano, una cipolla piccola tagliati finemente; un mazzetto aromatico con timo e alloro; sale.

Si mescolano a freddo la carne tritata, gli albumi, le verdure tagliate fine e gli aromi in una pentola capiente. Si versa sopra il brodo freddo, mescolando bene prima di accendere il fuoco: è essenziale che l'impasto si sciolga nel liquido freddo, non nel caldo. Si porta lentamente a ebollizione, mescolando di tanto in tanto, finché in superficie non si forma la zattera di coagulo. A quel punto si smette di mescolare, si abbassa la fiamma al minimo e si lascia sobbollire senza toccare per quaranta minuti, praticando un piccolo foro nella zattera da cui il liquido possa risalire e passare, filtrandosi da solo attraverso quella barriera naturale. Si filtra infine con un panno fine, si aggiusta di sale, si serve caldo, limpido, senza nulla dentro se non la sua stessa trasparenza.


Penso spesso a Carême, bambino lasciato per strada, che decide di dedicare la vita a un mestiere fatto di ordine, precisione, chiarezza. Forse il consommé nasce anche da lì, da un bisogno personale di controllo su un mondo che per lui era stato, all'inizio, tutto tranne che limpido. Mio nonno diceva che i grandi cuochi cucinano sempre, in fondo, ciò di cui hanno avuto bisogno da bambini. Non so se sia vero per Carême. So che ogni volta che filtro un consommé, e vedo il liquido diventare finalmente trasparente, capisco perché un piatto così silenzioso abbia attraversato due secoli senza perdere nulla della sua autorità.


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