
In breve
Saggista accademica. Da 30 anni racconto il mondo attraverso il gusto. Fondatrice Emotivogastronomia. Fondatrice e Direttrice A. E. Magazine.Chef per passione. Responsabile Comunicazione e Relazioni Istituzionali per Brigade of Culinary
Per me, il cibo non è solo un pasto, ma un linguaggio complesso che racconta storie dimenticate e identità profonde. Esploro come ogni piatto possa diventare un ponte tra il passato e il presente, tra la nostra memoria e la nostra cultura. Ogni ricetta è un'invocazione alla sensazione, un modo di ricordare chi siamo attraverso il gusto.Sono Suzette Monet, autrice e ricercatrice.
Ho creato l’Emotivogastronomia, un metodo che studia il legame tra emozioni, memoria e gusto. Il mio lavoro nasce da una domanda semplice e radicale: cosa accade dentro di noi quando mangiamo?
Integro neuroscienze, estetica, antropologia del cibo e narrazione sensoriale per trasformare il cibo in un linguaggio emotivo. Ho sviluppato strumenti come la Ruota Emotivogastronomica, che oggi accompagna chef, formatori, psicologi e brand nella progettazione di esperienze culinarie ad alto impatto. Mi occupo anche di cultura mediterranea e di tutela del patrimonio gastronomico come eredità emotiva e identitaria. Scrivo di cibo, ma non come si potrebbe pensare. Niente recensioni, niente classifiche, niente stelle.
Scrivo di quello che succede dentro: quando un sapore accende un ricordo, quando un piatto ti riporta a qualcuno, quando la tavola diventa il luogo in cui sei davvero. Ho chiamato tutto ciò 'Emotivogastronomia'. Il cibo come linguaggio emotivo, memoria culturale, identità che passa prima dai sensi e poi dalle parole. Sono Suzette Monet.
Scrivo in italiano e in inglese.
Ho sempre una tavola apparecchiata.
Qui racconto tutto questo. Benvenuta, benvenuto.
Suzette Monet
Ho smesso da tempo di cercare il momento esatto in cui tutto è cominciato.
E' stata una lenta accumulazione di pasti, di memorie, di conversazioni che finivano sempre nello stesso posto, a quel confine sottile tra il sapore e il sentimento, tra la bocca e qualcosa che la bocca non riesce a contenere. L'emotivogastronomia nasce da lì. Da quell'eccesso che il cibo porta con sé e che nessun vocabolario esistente sapeva nominare con precisione.
Che cos'è, davvero
L'emotivogastronomia non è gastronomia emotiva. Non è la stessa cosa e la distinzione conta. La gastronomia emotiva è quello che tutti fanno quando scrivono di cibo con nostalgia, quando descrivono la cucina della nonna con gli occhi lucidi; quando raccontano un viaggio attraverso i piatti mangiati. È scrittura legittima, spesso bella. Ma è scrittura che usa il cibo come cornice per le emozioni: il piatto come sfondo su cui proiettare sentimenti già noti.
L'emotivogastronomia rovescia questa struttura.
Qui il cibo non è sfondo: è soggetto, agente. È il cibo che produce emozione, che la genera, che la trasporta attraverso il tempo e lo spazio con una precisione che le parole non raggiungono. Il cibo non accompagna la memoria: è la memoria. Non evoca l'identità: la costituisce.
Questa è la differenza che cambia tutto.
Quando lavoro con l'emotivogastronomia, non parto da un'emozione che voglio raccontare attraverso un piatto. Parto dal piatto: dalla sua struttura sensoriale, dal suo contesto culturale, dalla sua genealogia familiare e collettiva e lo leggo come si legge un testo. Con attenzione. Con metodo. Con la consapevolezza che ogni sapore è una frase, ogni pasto è un discorso, ogni tavola è un sistema di significati condivisi.
È, in questo senso, una disciplina letterario-filosofica che si occupa di gastronomia. Non l'inverso.
Il vuoto che colmava
Per capire perché l'emotivogastronomia viene recepita come viene recepita, bisogna capire il vuoto che ha trovato davanti a sé.
La scrittura di cibo contemporanea ha vissuto decenni di prosperità e di appiattimento simultanei. Da un lato, un'esplosione di contenuti: food blog, riviste patinate, critica gastronomica, ricettari illustrati, serie televisive di chef, social media trasformati in gallerie di piatti perfetti. Dall'altro, un progressivo svuotamento del senso, con il cibo sempre più estetizzato, sempre meno compreso.
Il piatto diventava immagine. Il sapore diventava performance. La condivisione del pasto diventava contenuto da pubblicare prima ancora di essere vissuto.
In questo panorama, il grande rimosso era l'emozione vera e involontaria: quella che sale quando mangi qualcosa che tua madre preparava e per un momento lei è ancora lì, che ti blocca a metà boccone perché un odore ti ha riportato in un posto che non esiste più,che non sai spiegare ma che riconosci immediatamente, perché il corpo sa cose che la mente non ha ancora elaborato.
Era questa zona tra il sapore e il significato, tra la sensazione e il pensiero, a essere scoperta, o quasi. Qualcuno la sfiorava, con il memoir gastronomico. Qualcuno la praticava senza nominarla, con la saggistica di qualità. Ma mancava una cornice intellettuale coerente che permettesse di abitarla con rigore e con libertà insieme.
L'emotivogastronomia è quella cornice.
Perché viene recepita con successo
La risposta semplice è: perché dice qualcosa di vero. Ma la risposta semplice non basta. Bisogna capire che tipo di verità dice, e perché questa verità trova ascolto proprio adesso.
Prima ragione: intercetta un bisogno di profondità.
Viviamo in un'epoca di saturazione di contenuti e di carestia di senso. Le persone sono stanche della superficie, di feed infiniti che scorrono senza lasciare nulla, di sapere il nome del ristorante e non sapere nulla del piatto, di consumare immagini di cibo senza mai nutrirsi davvero di pensiero. L'emotivogastronomia offre densità dove c'è vuoto. Offre un invito a fermarsi, ad ascoltare, a scendere sotto la crosta.
Mio nonno Roberto aveva un modo di dire questo, nel suo ristorante del VI arrondissement. Non lo diceva con parole sofisticate. Abbassava la voce sul ragù, rallentava i gesti, e sussurrava: senti, senti, senti. Fermati. Presta attenzione. Non mangiare di fretta ciò che è stato pensato con lentezza.
L'emotivogastronomia dice lo stesso, con un registro contemporaneo.
Seconda ragione: unisce ciò che la cultura ha separato.
La cultura occidentale moderna ha operato una serie di separazioni che hanno impoverito il modo in cui pensiamo il cibo: separazione tra corpo e mente, tra piacere e intelletto, tra cultura alta e cultura materiale, tra privato e pubblico. Il cibo è stato confinato nella sfera del basso, del biologico, del necessario, dell'effimero o esaltato nel registro opposto come lusso estetizzato, ma sempre tenuto fuori dalla zona del pensiero serio.
L'emotivogastronomia rifiuta queste separazioni. Tratta il cibo come ciò che è davvero: un fenomeno totale, sensoriale, emotivo, culturale, filosofico, politico, biologico, narrativo. Un luogo in cui tutti questi piani si incontrano e si intrecciano in modo che nessun'altra esperienza umana riesce a replicare.
Quando le persone leggono questo, qualcosa si sblocca. Perché lo sapevano già nel corpo, nell'esperienza vissuta, ma non avevano ancora trovato le parole per dirlo.
Terza ragione: restituisce dignità all'esperienza ordinaria.
Uno degli effetti più potenti dell'emotivogastronomia è questo: prende ciò che sembra irrilevante (una minestra, un biscotto, un odore di aglio in padella, un pranzo domenicale) e lo mostra per quello che è: un archivio di significato umano.
Non occorrono ristoranti stellati o ingredienti rari. Occorre attenzione; occorre la disposizione a guardare quello che si mangia come si guarda un testo che merita di essere letto.
Questo non è democratico nel senso banale del termine. È qualcosa di più profondo: è il riconoscimento che ogni cultura, ogni famiglia, ogni corpo individuale ha un vocabolario gastronomico proprio, e che questo vocabolario racconta qualcosa di essenziale su chi si è.
Le persone recepiscono questo. Le persone che vivono lontane dai grandi centri gastronomici, che non possono permettersi le cene da quattrocento euro, che mangiano quello che sempre si è mangiato in casa, trovano nell'emotivogastronomia non una consolazione, ma una conferma che il loro modo di mangiare, di ricordare, di trasmettere ricette, ha valore culturale reale.
Quarta ragione: arriva in un momento di ricerca identitaria.
Il cibo è diventato, nell'ultimo decennio, uno dei terreni principali su cui si gioca la questione dell'identità individuale, collettiva, nazionale, diasporica. Le migrazioni, i cambiamenti climatici, la globalizzazione dei mercati alimentari, le diete come scelte etiche e politiche: tutto questo ha trasformato il piatto in un campo di battaglia culturale.
L'emotivogastronomia non si schiera in questo campo di battaglia. Lo cartografa. Offre strumenti per leggere la complessità senza semplificarla, per stare nella contraddizione senza doverla risolvere in fretta.
È, in questo senso, una risposta culturalmente necessaria a un momento culturalmente disorientato.
Quello che ho imparato dalla ricezione
Ho imparato una cosa, negli anni in cui ho scritto e parlato di emotivogastronomia con pubblici diversi: italiani, francesi, anglofoni, accademici, lettori comuni, chef, antropologi, semplici appassionati di cibo.
Ho imparato che le persone non hanno bisogno che si spieghi loro cos'è l'emotivogastronomia. Ne hanno bisogno un'istante, un attimo, il tempo di capire il codice. Dopo, riconoscono immediatamente quello di cui si parla, perché lo stanno vivendo da sempre.
Il lavoro, allora, è dare parole precise a ciò che già si sente con precisione.
Mio nonno Roberto non aveva bisogno di spiegare cosa intendeva con senti, senti, senti. Bastava sentirlo dire. Bastava vederlo abbassare la voce e fermarsi. Tutto il resto arrivava da sé attraverso il naso, attraverso la bocca, attraverso qualcosa che non ha nome ma che tutti, in quella cucina, riconoscevano immediatamente.
Questo è quello che cerco di fare, ogni volta che scrivo.
Non spiegare. Fare sentire.
L'emotivogastronomia non è nata per fare carriera. È nata perché non riuscivo a smettere di pensare a perché certi sapori fanno più male dei ricordi, e certi pranzi dicono più di mesi di conversazioni.
Che abbia trovato ascolto è una sorpresa che non smette di commuovermi. Perché significa che il vuoto che sentivo non era solo mio. Era di molti. Ed era abbastanza grande da richiedere un nome nuovo, un metodo nuovo, un modo nuovo di stare a tavola con la propria vita.
Senti, senti, senti.
L'Emotivogastronomia non è una moda: è quello che mancava
